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Ma quanto mi costi

di Davide Ferrario su Smemoranda 2009 - Msg for you!

Mia nipote Giulia è una brava ragazza. Seconda liceo turistico, voti dignitosi, pochi problemi coi genitori, un rapporto affettuoso con lo zio (che sarebbe il sottoscritto). Ma senza telefonino non vive. Ce l’ha sempre appiccicato addosso. Mi sono reso conto che certe volte, mentre mi parla, sta digitando sulla tastiera un qualche sms senza neanche aver bisogno di abbassare gli occhi. Va a tatto, come i ciechi col braille. Confesso che il fastidio per la scarsa attenzione nei miei confronti è superato dall’ammirazione per l’intrinseca abilità manuale: tanto per dirvi come sono messo, io rifiuto di usare il T9 perché non riesco a concepirlo nemmeno concettualmente.

Da cinquantenne mi verrebbe forse voglia di fare del moralismo sullo smodato uso della messaggistica telematica dei tempi moderni, ma alla fine devo ammettere che questa ha generato delle forme di abilità nuove: anche se mi resta misterioso come Giulia riesca a sfruttare certe offerte Vodafone da 100 sms giornalieri (quelli che io mando forse in un mese).

Certo, di fronte a questa marea di gente che comunica, il dubbio ti viene: ma c’è davvero tanto da dirsi? Una quarantina d’anni fa, all’alba delle rivoluzioni tecnologiche, il famoso studioso Marshall McLuhan coniò una formula di successo: “Il medium è il messaggio”. Voleva dire che, nelle comunicazioni di massa, ormai non contava più il significato, ma il contenitore: l’esempio perfetto di questa dinamica era (ed è) la televisione che, sostanzialmente, non fa che comunicare se stessa. Beh, mi sembra che nel nuovo secolo abbiamo fatto un salto. La nuova formula, direi, è: “Il messaggio è il messaggio”. Cioè, a parte una quota minoritaria di messaggi che contengono informazioni (“Ci vediamo stasera alle sette”, “Ho preso insufficiente in inglese” “Non ti voglio più vedere, stronzo”) o richieste di informazioni (“Come stai?” “Mi ami?” “Il fumo lo porti tu?”), la quasi totalità dei messaggi (sms, e-mail, etc) non serve altro che a inviare il messaggio stesso. Serve a tenere aperto un canale. Serve a ripetere, incessantemente, il vero messaggio in codice: “Io esisto”.

Non è una cosa negativa. Il 90% delle cose che diciamo con la voce durante la giornata hanno questa funzione (i semiologi hanno una definizione precisa per questo, ma ve la risparmio). Il punto, cioè, non è cosa si dice, che il più delle volte è ininfluente, ma come e quando lo si dice. (Avete mai letto la trascrizione di un’intercettazione telefonica, cosa che di questi tempi capita abbastanza spesso? Vi sarete ben accorti che non è come il dialogo di un romanzo, anzi... È tutto pieno di sospensioni, di cose lasciate a metà, di rapidi cambiamenti di intonazione. Difficile trovarci un pensiero finito. Anche se sono dei Nobel, i dialoganti sembrano degli analfabeti).

Per semplificare al massimo: dire cazzate inutili è un’attività che gli uomini e le donne coltivano con fervore da secoli. Ma non è questo il punto. La vera rivoluzione della modernità è che per dire cazzate adesso si deve pagare. Poco, certo – e talvolta in maniera indiretta: ma si paga sempre. Ogni bit che parte dal tuo computer o dal tuo telefonino ha un prezzo. Finiti i tempi delle cazzate gratis. Ecco perché le compagnie offrono a Giulia 100 sms scontati: perché su quel traffico di parole inutili ci guadagnano. La cosa più sorprendente è che questa idea è stata interiorizzata senza battere ciglio. Sembra a tutti normale. Come sta per diventare normale l’idea che qualcuno metta il copyright su una parola o su un paesaggio (vi giuro che è vero). C’è sotto l’idea che tutto si trasforma in servizio a pagamento, fino ad arrivare al paradosso di una “comunicazione privatizzata”. Ma la comunicazione, per la sua stessa natura, non appartiene a tutti, come l’aria e l’acqua?

Ah già, dimenticavo: vogliono privatizzare anche quelle.

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