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Mai addii

di Lella Costa su Smemoranda 2009 - Msg for you!

Credo che ben pochi vocaboli possano vantare un’ascesa trionfale nel vocabolario della lingua italiana quanto il sostantivo messaggio.

Parliamoci chiaro: fino agli anni Sessanta, era esclusivo appannaggio del servizio postale nazionale, e si chiamava preferibilmente “lettera”, o al massimo “biglietto”. Bisognava innanzitutto scriverlo, utilizzando antichi oggetti quali la carta (che ci crediate o meno, ne esisteva una variante dedicata esclusivamente a questo utilizzo, che si chiamava appunto “carta da lettere”), la penna (meglio stilografica, ma anche a sfera, volgarmente detta biro), la busta (su cui si vergava l’indirizzo postale, solo in seguito modernizzato da codici misteriosi quali il cap) e il francobollo (suggestiva emissione dei Monopoli di Stato, tanto pittoresca da diventare spesso oggetto di collezione). I messaggi privati andavano scritti rigorosamente a mano; quelli di lavoro (all’epoca si chiamavano “commerciali”) preferibilmente con la macchina da (la dizione corretta sarebbe “per”) scrivere (forse i vostri nonni ne conservano qualche esemplare in soffitta, sempre che ne esistano ancora – di macchine da/per scrivere, di soffitte, e forse anche di nonni). Esisteva, soprattutto tra i giovani, la variante del “bigliettino”– conciso messaggio scarabocchiato per lo più in fretta e consegnato al destinatario attraverso una rete clandestina che doveva eludere genitori impiccioni, insegnanti inflessibili e rivali potenziali – perché il bigliettino era per lo più d’amore e conteneva dichiarazioni, pudiche affettuosità, richieste di appuntamenti, brevi componimenti poetici e, talvolta, scuse o recriminazioni. Mai addii: allora ci si lasciava rigorosamente di persona. Altri tempi.

Nel decennio successivo la parola “messaggio” assunse una valenza per così dire metaforica: stava per “significato”, o “contenuto”, o addirittura “ideale”, e veniva continuamente ricercato dovunque – nei film, negli spettacoli teatrali, soprattutto nelle canzoni. Quelle che non contenevano messaggi di sorta venivano assai dileggiate, ma in genere vendevano anche un sacco di dischi (oggetti desueti, realizzati in vinile, della cui esistenza oggi si tende a dubitare, come peraltro dei loro omonimi volanti).

Ma è negli anni Ottanta, con l’avvento delle segreterie telefoniche, che il vocabolo conquista improvvisamente uno status imprevisto: sia pure esclusivamente nella versione orale, comincia a essere lasciato, sollecitato, ripetuto, riascoltato, agognato. È l’inizio di una rivoluzione che culminerà nel decennio successivo, con il diffondersi della telefonia cellulare –anche se non dobbiamo dimenticare che fino alla seconda metà degli anni Novanta gli sms (acronimo di short message service) erano praticamente sconosciuti. Oggi fatichiamo a capacitarci che solo fino a dieci anni fa la nostra vita potesse svolgersi senza l’immediatezza, l’economicità, la radiosa capacità di sintesi di cui ormai non potremmo più fare a meno. E poco importa se sempre più spesso i testi che ci inviamo contengono meno lettere di quelle che servirebbero a scrivere per intero un antico indirizzo postale: come dichiarò a suo tempo un ponderoso scrittore del secolo scorso, il mezzo é il messaggio. Come abbia fatto ad accorgersene con tanto anticipo, è un bel mistero.

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