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L'ultima segreteria telefonica

di Leonardo Manera su Smemoranda 2009 - Msg for you!

Arrivo a Milano per fare cabaret nel 1989, ho ventidue anni, tutti i capelli e molte aspettative sul mio futuro di comico. Il conto in banca è un optional, risparmiare invece è una necessità, considerate le difficoltà dell’inizio, di ogni inizio. Di telefonini ancora non se ne parla, cioè, forse c’è qualcuno che ce l’ha, ma se ce l’ha, quel qualcuno viene visto come un alieno che si porta appresso una specie di cabina telefonica. Un telefonino, o, meglio, telefonone portatile a quei tempi costava più o meno un milione e mezzo di lire, era enorme e in più, usandolo, venivi considerato come una specie di deficiente. I tempi cambiano. E non c’è più la mezza stagione. Insomma, arrivo a Milano nel 1989 e trovo un monolocale in una zona semiperiferica, o semicentrale, che poi è lo stesso. Venti metri quadri tutto compreso, compreso cioè bagno-bagnetto, cucina-cucinotto e soggiorno-letto, col letto che rientra nell’armadio, ruota verticalmente sul proprio asse e si trasforma in una libreria. So che è difficile da spiegare, ma, insomma, di notte era un letto e di giorno una libreria in finto legno. Di pomeriggio era un monumento alla depressione. In semilegno. Altro che Ikea, dell’Ikea ancora non si parlava e i moblilieri, per andare incontro a quelli che dovevano risparmiare sul mobilio, si inventavano materiali sconosciuti. Tamburato e massello per me erano una chimera. Il mio mondo era la fòrmica, marrone, grigia, gialla. Di solito più il materiale è discutibile, più si inventano colori per cercare di renderlo gradevole. Come avrete capito non avevo denaro in abbondanza, però, dopo tre – e sottolineo tre – mesi di attesa ero riuscito ad avere dalla Telecom, allora Sip e prima ancora Stipel, l’allacciamento telefonico. Ricordo ancora bene quel telefono, era di un colore rosso granata che si abbinava benissimo alla fòrmica giallo ocra del tavolo. Chi entrava a casa mia immediatamente pensava di essere diventato daltonico. Essendo appena arrivato in città non conoscevo praticamente nessuno, se non il padrone di casa che vedevo però solo una volta al mese per dare a Cesare, diciamo così, quello che faticosamente durante il mese era stato mio. Però ero ottimista, vagavo per la città alla ricerca di locali di ogni tipo in cui potermi esibire, ed essendo ottimista decido di acquistare una segreteria telefonica, color verde rana anziana, così abbinabile al resto della casa. I primi giorni, le prime settimane, i primi mesi la segreteria resta muta, vuota, di messaggi non se ne parla. Poi, un giorno, tornando a casa vedo la luce rossa che lampeggia. Ascolto con trepidazione il messaggio. È una voce maschile (leggera delusione, tutto sommato avrei preferito una spasimante sconosciuta), un po’ roca, di fòrmica. Mi cercano per uno spettacolo in un locale in una zona semicentrale. Quasi mi viene da piangere. Per avere uno stimolo in più al pianto guardo i colori dei mobili intorno a me e sì, finalmente piango, perché qualcuno sta comunicando con me, mi cerca per farmi fare uno spettacolo. Da quel giorno le mie energie inspiegabilmente si moltiplicano, ogni giorno esco per cercare nuove scritture, pur non essendo un filologo, ma, soprattutto, esco con la speranza di trovare al mio rientro nuovi messaggi sulla segreteria telefonica. La segreteria diventa la mia migliore amica e comincio a conservare i nastri con le voci delle persone, uomini e donne (donne poche, purtroppo) che hanno a che fare o che vogliono avere a che fare con me. Quando sono per strada ho il piacere del rientro. In quei mesi le voci della segreteria telefonica erano l’unico vero piacere quasi fisico che avevo. Pensate come ero messo. Oggi, come tutti, ho il telefonino, sono immediatamente reperibile, ma conservo ancora i nastri di quella segreteria e a volte, ascoltandoli, mi sembrano di un’altra vita, passata, diversa. Una specie di reincarnazione tecnologica. Ma, se allora avessi avuto una fidanzata, anche di fòrmica, mi sarebbe piaciuto ascoltare la sua voce alla segreteria che diceva di amarmi, forse più che leggerlo su un sms o su una mail, con cui, peraltro, una volta sono stato lasciato. Ma questa è un’altra storia.

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