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Il letto è una zattera

di Raul Montanari su Smemoranda 2009 - Msg for you!

Eccolo. Di nuovo.
Alzo lo sguardo dal libro che sto leggendo, perché quando vado a letto non riesco a fare come fanno tutti, cioè prendere un bel respiro, chiudere gli occhi e addormentarmi. Io ho sempre dovuto leggere per almeno un’ora, fin da quando ero ragazzo: accendo l’abat-jour, piego in due il cuscino e me lo incastro sotto l’ascella, a sostegno del fianco; e leggo, leggo finché non comincia ad andarmi insieme la vista e la testa si fa pesante. Allora so che dormirò. Chiudo il libro, spengo la luce e mi incammino nel mondo dei sogni, con i suoi cieli, le strade, gli incontri dolci e quelli spaventosi. Quando ho sposato Mara, quante discussioni! A lei la luce dava fastidio, dovevo mettere un fazzoletto sopra la lampada; sentirmi girare le pagine la faceva sussultare, e allora io mi sforzavo di voltarle pianissimo e tendevo l’orecchio per cogliere il più piccolo mutamento nel suo respiro regolare. 
È questo, ciò che stavo facendo ora: leggevo. Senza tanti riguardi, perché da quando Mara è stata investita da quel camion, sei mesi fa, sulla strada di campagna che passa qui davanti, la casa è vuota. Non disturbo più nessuno se tengo la luce accesa e volto le pagine, e neanche se di notte mi alzo per andare a guardare la pioggia dalla finestra, o scendo in cucina per bere un bicchiere di latte, a volte addirittura per prepararmi una pastasciutta e improvvisare un banchetto tutto per me, bevendo vino e guardando cose strane alla tv. Non disturbo più nessuno, perché non si possono disturbare i morti. 
Leggevo, appunto. Poi ho sentito quel colpo lievissimo, come una scossa di terremoto quasi inavvertibile. Mi sono fermato, in ascolto.
Ed eccolo ancora.
Che tentazione, alzarmi e fare il giro delle stanze e dei corridoi, appoggiare l’orecchio alle pareti! Ma non servirebbe a niente. L’ho già fatto ieri e l’altro ieri e prima ancora. È da una settimana che sento questi tonfi leggeri.
La villetta è isolata, non ci sono vicini che possano fare rumore. Ho pensato alle tubazioni, ma il suono è diverso. Ne sono sicuro. Non sono i ladri: sarebbero già entrati. E nemmeno i topi in soffitta, perché sentirei uno scalpiccio, un rovesciarsi di oggetti, di scatole. Invece è un fremito profondo, che sale dalle fondamenta. Non lo sento con le orecchie, ma con tutto il corpo. 
Ecco: si è ripetuto per la terza volta. 
Ora, come sempre, ci sarà una breve pausa, quindi ne sentirò altri tre. E poi sarà silenzio, quiete nella casa vuota, e occhi che scivolano via dalle pagine ormai inutili del libro e guardano le pareti, il soffitto. Non è paura quella che provo, ma un’aspettativa incerta, trepidante, che mi riempie tutto nell’attesa di questo fremito misterioso che mi percorre dai capelli ai piedi.
Lascio cadere il libro e spengo la luce, per aspettarlo al buio. 
Dio mio, quanto sono solo! Solo come un naufrago in mezzo al mare o un astronauta smarrito nello spazio. Il letto è una zattera che galleggia nella stanza. Nessuno al mondo è più solo di me, nemmeno un carcerato in fondo alla sua cella, o un animale che si è scavato una tana sotto una montagna. E queste scosse, questi tremiti che soltanto io posso sentire, sembrano le parole di un linguaggio sconosciuto che qualcuno sta usando per parlarmi. Per chiedermi qualcosa, forse. 
Che vuoi?, penso. Cosa mi stai dicendo?
Cosa vuoi da me?
Ma quando arriva il primo dei tre nuovi colpi, che ora vibreranno nel ventre della casa come i rintocchi di una campana invisibile, non è questa la domanda che mi affiora alle labbra.
“Sei tu, vero?” mormoro.

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