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La nuova chiesa di Riolo Bagni

di Cristiano Cavina su Smemoranda 2013 - 12 mesi

Durante tutto il periodo di costruzione
della nuova chiesa di Don
Sante, a Riolo Bagni, il nostro arciprete
aveva accusato una serie incredibile
di acciacchi.
Tutto incominciò con una forma
potentissima di mal di gola, apparsa lo
stesso giorno che avevano scavato le
fondamenta.
Era stranissimo, perché ogni volta che
parlava sembrava raschiare come una
delle ruspe dei fratelli Pozzi, a cui era
stato commissionato quel lavoro.
Sembrava posseduto.
Alla prima gettata di cemento gli si
appiccicarono addosso alcune fastidiose
linee di febbre, resistenti ad ogni
medicina che il grande dottor La Porta
si affannava a prescrivergli; se ne andarono
solo quando giunse la notizia
che il grezzo era stato terminato, e
senza battere ciglia lasciarono il posto
a un fungo della pelle.
Accadde in contemporanea all’annuale
benedizione delle case, e molti non
lo fecero entrare perché spaventava i
bambini.
Così toccò a noi chierichetti spruzzare
un po’ d’acqua santa in alcune case,
mentre l’arci recitava la benedizione
da sotto le finestre.
Il condominio di Via A. Cenni, che era
pieno zeppo di bambini, decise per
una funzione di massa, e l’arci ufficiò
urlando a squarciagola dalla piazzetta
davanti all’ingresso, mentre noi correvamo
da un appartamento all’altro.
Combinammo un disastro, innaffiando
ogni pianerottolo, e alla fine ci obbligarono
a passare la cera per le scale.
In casa di Guiscardino, sua sorella Virgilia
scambiò l’arci per la befana e gli
chiese la calza con le caramelle dentro.
Lui si grattò furiosamente il collo e le
rifilò imbarazzato un santino stropicciato
di sant’Urbano, il protettore di
Casola, che da secoli riposava bello
stravaccato sul suo baldacchino in
parrocchia e aveva tutta l’aria di non
voler proteggere un bel niente. Sembrava
troppo impegnato a rilassarsi
dopo un’incredibile grigliata mista al
Ristorante Corona.
Virgilia ovviamente si era messa a
piangere, ululando come una sirena,
e sua mamma ci aveva buttato fuori
di casa tirandoci dietro il santino tutto
stropicciato.
In fin dei conti, quel fungo della pelle
non ci dispiaceva per niente, perché
eravamo gli unici in tutta la Romagna
occidentale ad avere un arciprete che
sembrava un giaguaro.
Perlomeno, eravamo primi in qualcosa.
Con il passare dei giorni, le chiazze
cambiarono tinta, e per un po’ sembrò
coperto di muschio, come i vecchi tronchi
nei castagneti sopra a Pagnano.
Il cane da tartufo di Pistumbréla incominciò
ad annusargli con insistenza le
scarpe, ogni volta che lo incrociava per
strada.
Da Riolo Bagni giunsero le voci che
stavano ultimando tutti i lavori di intonacatura
e all’improvviso le chiazze
sparirono.
L’arci però dovette stare a riposo un’intera
settimana, stroncato da un colpo
di sciatica fulminante; si riprese giusto
in tempo per sapere che i ponteggi
venivano tolti e che gli elettricisti avevano
sistemato tutti gli impianti.
Si beccò la polmonite.
A fine maggio.
Ci toccò saltare la gita a Piancaldoli
con i Lupetti, nella sua casa natale, perché
nessuno di noi si fidava di andarci
da solo con Suor Franchetta.
L’ultima volta ci aveva cucinato per
sette giorni di fila una mousse di panna
corretta alla grappa, e tornati a casa
avevamo preso l’abitudine di fare una
scappatina al bar subito dopo la scuola.
Quando arrivò la notizia che la chiesa
di Don Sante era stata inaugurata in
pompa magna, l’arci collassò.
Stavamo preparando l’altare della
chiesa dei Frati per un matrimonio,
prestando molta attenzione agli scricchiolii
sinistri che venivano dalle travi
di legno del soffitto, che nessuno si era
ancora preso la briga di sistemare da
quando i tedeschi avevano bombardato
Casola nel ’44.
Quando durante la messa andavamo
a prendere le offerte tra i banchi,
nonostante le occhiate eloquenti che
lanciavamo al soffitto, le vecchiette
impiegavano quarti d’ora interi a
snodare i fazzoletti e tiravano fuori
delle misere monetine da venti lire,
consumatissime, talmente stanche da
non riuscire a riflettere nemmeno un
misero raggio di luce.
Vabbe’ che quasi sempre l’arci
staccava la corrente in canonica, per
risparmiare.
L’arci collassò mentre sistemavamo
i candelabri di finto ottone ai lati
dell’altare.
Ci stava sopra in piedi, e Bomba ed io
gli passavamo i pezzi; li posizionava
con grande cura, come fossero una
batteria di mortai.
Era tutta la mattina che aveva la tosse.
Grattandosi furiosamente all’attaccatura
dei capelli sulla fronte, ci disse
che aveva preso freddo all’ufficio
funebre del giorno prima.
“Non è vero niente” confidai alla
Bomba quando mi accompagnò poco
dopo a prendere la cotta di pizzo da
sistemare sotto la Bibbia.
L’ufficio funebre l’avevano servito
anche Don Leo e Don Pio, proprio al
suo fianco, ed erano ancora in perfetta
forma.
“Don Leo è perfino andato a caccia”
dissi.
L’avevo visto passare per via Roma a
cavallo della sua Panda 4x4 bianca,
con un capriolo grande come un vitello
legato sul tettuccio.
Sapevamo benissimo qual era il problema
dell’arci.
La notizia dell’inaugurazione era sul
“Resto del Carlino”.
C’era pure una foto di Don Sante
che stringeva la mano all’architetto
di Ravenna che aveva progettato la
nuova chiesa, un professionista molto
di moda, rispettato in curia anche se
in odore di comunismo.
Quella mattina, una processione di
vedove dell’Associazione Cattolica
aveva intasato l’edicola di Bruscò in
piazza Oriani.
Alle nove Pierangelo, il fratello di Bruscò
che tutti chiamavano Badoglio,
aveva attaccato fuori dalla bottega un
grande cartello:
“‘CARLINO’ ESAURITO” diceva.
Sapevano che per il nostro arci sarebbe
stato un colpo tremendo.
Tutto sembrava sistemato a dovere,
soprattutto quando alle nove e mezza
le vedove dell’Associazione Cattolica
fecero un gran falò di tutte le copie del
giornale nel vecchio forno del convento
delle Suore Dorotee, trasformando
la stretta di mano tra Don Sante e
l’Architetto Comunista in una colonna
di fumo nero che si alzava pigra sopra
i tetti del centro storico.
Alle dieci in punto, seguito da una
folla vociante, Pivetta si era avvicinato
alla bacheca davanti alla Sezione “Pajetta”
del PCI per affiggerci le pagine
dell’“Unità”; come per magia, invece,
compariva una bella copia del “Resto
del Carlino”.
L’arci era stato uno dei primi a
vederla; prima di venire in chiesa a
sistemare i candelabri era passato da
Omero a farsi gonfiare le gomme della
bicicletta, proprio lì di fianco.
“Lo hanno riportato in canonica sul
cassonetto del tre ruote che Omero
usa per consegnare le bombole del
gas” spiegai alla Bomba.
Una volta nel suo studio, l’arci si era
accasciato dietro la scrivania e aveva
cominciato a tossire.
Mezz’ora dopo, ci aveva raggiunto nella
chiesa dei frati; sbuffava ingolfato
come una locomotiva a vapore.
Io e Bomba lo guardammo preoccupati.
Gli tremavano le mani e la sua pelle
sembrava stranamente verdastra.
Donna Nuda entrò di corsa, con un
braccio alzato, come Altobelli quando
faceva un gol: percorse la navata
centrale a grandi falcate e fece gli
ultimi metri in scivolata: Nedina aveva
appena passato la cera e le piastrelle
luccicavano che era un piacere.
Calcolò male le distanze e inciampò
negli scalini, schiantandosi contro
l’altare.
L’arci si guardò intorno, probabilmente
cercando una via di fuga, ma come
al solito non la trovò e aspettò che
Donna Nuda riprendesse i sensi.
Non si illudeva certo di essersene
liberato una volta per tutte.
Donna Nuda si risvegliò e quando riuscì
a tenersi in equilibrio, appoggiandosi
all’asta del microfono, tirò fuori
dalla tasca del pigiama una fotografia.
La sventolò come una bandiera,
neanche stesse ordinando un assalto
all’arma bianca.
Il babbo di Donna Nuda arrotondava
lo stipendio da elettricista con saltuari
incarichi da fotografo.
Gli toccavano una trafila di matrimoni
e battesimi, soprattutto, ma spesso lo
chiamavo perfino i carabinieri, quando
c’erano incidenti stradali e altre
catastrofi di vario tipo.
La foto famosa del Burigotto privo
di sensi in via Marconi, dopo che per
sbaglio aveva sfondato con la faccia
il vetro antiproiettile del Credito
Cooperativo l’aveva fatta proprio lui.
Ne andava fierissimo. L’aveva perfino
fatta ingrandire, e la teneva appesa in
negozio.
In un angolo c’eravamo anche io, la
Bomba e Piter Cammello.
Ero stato immortalato mentre mi
toglievo chissà che cosa dal naso.
Il babbo di Donna Nuda era andato
a fare qualche foto all’inaugurazione
della nuova chiesa di Riolo Bagni,
per poi rivenderle allo “Specchio” e al
“Senio”, i due periodici di Casola.
Allo “Specchio”, ovviamente, non
sarebbe mai riuscito a piazzarle, visto
che il codirettore era l’arci.
Ma al “Senio” le avrebbero prese
tutte quante. Non c’erano dubbi. Già
mi sembrava di sentire le risate alla
sezione del PCI, mentre impaginavano
il nuovo numero.
Probabile che ci avrebbero pure fatto la
copertina.
Donna Nuda ci porse la fotografia e si
sistemò i pantaloni del pigiama.
Siccome dormiva fino all’ultimo minuto
disponibile, non aveva mai il tempo
di vestirsi da cristiano.
Al massimo, si metteva un paio di jeans
e una camicia sopra, se proprio c’era la
scuola.
Il pigiama era come una seconda pelle.
Era di tessuto giallo sporco e lo faceva
sembrare malato di colera.
Io e Bomba ci chinammo sulla foto.
La chiesa fortunatamente si vedeva
poco.
Donna Nuda aveva preso la prima in
assoluto sviluppata da suo babbo, ed
era corso da noi.
Però si vedevano altre cose interessanti.
Una bellissima piazzetta circondata da
ulivi, con una statua al centro commissionata
a un famoso scultore di Castel
Bolognese, circondata da una comodissima
panchina in legno grande
come una ruota panoramica.
Probabile che servisse come sala
d’attesa ai milioni di fedeli pronti per il
loro turno di messa.
Come nei cinematografi delle grandi
città, ci sarebbero state messe di continuo;
terze e quarte visioni, addirittura.
L’arci stava tossendo a raffica, probabilmente
pensando allo spiazzo di
fronte alla nostra chiesa, a strapiombo
sul fiume.
Un deserto infuocato d’estate e una
landa ghiacciata, spazzata dal vento,
d’inverno.
Sulla sua pelle verde sbocciarono macchie
viola; stava in piedi solo grazie al
candelabro a cui si era avvinghiato.
In equilibrio precario sull’altare,
sembrava un naufrago su un mare in
tempesta.
Con una corona di spine in testa,
sarebbe stato uguale al suo principale,
inchiodato su una croce proprio dietro
a lui.
Bomba si lasciò scappare un fischio,
e io mi chinai per guardare meglio la
fotografia.
In primo piano si vedeva Don Sante,
attorniato dalla folla dei suoi concittadini,
che incominciava a stringere
le mani all’intera giunta regionale,
applaudito dai sindaci dei paesi della
comunità Montana della Valle del
Senio, sotto gli occhi soddisfatti di tre
cardinali, tutti di Brisighella.
Uno, era segretario personale del
Papa.
Si sentirono un paio di colpi di tosse
gracchianti, come se i polmoni richiedessero
una bella revisione da Omero,
poi gli occhi gli si rigirarono.

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