I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

Ruzzle

di Gino&Michele su Smemoranda 2014 - 12 mesi

Non sono mai stato povero. Né ricco, a dirla tutta. Non è bello quando non nasci né povero né ricco, e continui a essere né povero né ricco per tutta la vita. Non sai con chi prendertela e va a finire che per non prendertela con nessuno te la prendi con tutti. Tasse banche rate zingari padroni ztl prezzi sindacati ciclisti motorini donne neri gialli rossi. 

Incazzato col mondo senza mai decidere, perché temi che decidere significhi cedere quei privilegi che vorresti avere ma non hai mai avuto.

Incazzato e anonimo, come una maggioranza che del tutto silenziosa non è. Mai un corteo. La tua piazza è il prestìno, o il giornalaio. Lì, dosata a mezza voce mentre gli occhi si guardano in giro per capire se puoi dirlo senza incappare in contraddittori, parte la frasetta contro qualcosa o qualcuno. Una lamentela. Quella che i liguri chiamano il mugugno. Il pirla che ha parcheggiato storto, il cane che ha fatto la pipì vicino al portone. Il governo, la coda per il ticket in ospedale. Butti lì una mezza cosa, ché qualcuno come te e accanto a te c’è sempre, per darti ragione. Magari il panettiere, che deve fare i conti con le baguette preconfezionate del supermercato a cento metri, e di perdere un cliente non ci pensa neppure. Ti dà ragione per quello, o forse più semplicemente perché è come te. Come me.

Lamentele generiche e senza soluzioni. Fiele, astio, frustrazione pura, direbbero quelli che i soldi li hanno. 

Ma coltivi  l’ambiguità  perché il cuore del tuo malessere resta l’anonimia. 

Io sono così. Certo che lo so. Incazzoso su tutto. Ma impalpabile.

Un giorno un collega mi ha detto che sono uno che “se lo incontri sulle scale non si capisce mai se sta salendo o sta scendendo”. Lo dicevano di qualcuno, mi pare un dittatore. Una vita a nascondersi, poi, alla prima vera occasione cavalcò una guerra civile e andò avanti a garrotare il mondo. Ma morì nel suo letto, come si addice a chi comunque il culo lo porta a casa. 

Ora mi chiedi se io sono così. Sì, lo sono. Vieni, aiutami a sedere. Tirami su che non sento più le gambe. Come ti chiami? Aldo, ah già. Io Domenico, lo sai. Prendimi del vino. Non quello, quello buono. Beviamo. No, non preoccuparti, tanto ormai conta zero. 

Tu sai poco di me, quasi nulla. È giusto così. Ti piace il mare? No, non quello con l’ombrellone e il bagnino a scaldarti la focaccia davanti alla rete di beach volley; quello che guardi, e ne guardi tanto, quello che respiri e lo vedi confondersi col cielo; quello che vivi dall’alto di un terrazzo o di un viottolo in mezzo ai rosmarini. Creuza de ma’, cantava quello là…

Stavo andando in pensione. Una delle ultime incombenze che mi avevano affidato riguardava una rilevazione in Liguria. Mi recai di malavoglia, quel giorno, oltre Sestri Levante. Ci sono delle gallerie, da quelle parti, che furono delle ferrovie. Ci passa a malapena un’auto. Lunghe, lunghissime. Poi improvvisamente il sole. E come a ingentilire il lungomare di un paese che si chiama Moneglia, c’è un piccolo promontorio con qualche abitazione e un campanile. Finii per caso, in cerca di una trattoria, in cima a quella collina sul mare. Il posto si chiama Lemeglio. Non so perché, preso da una strana imprevista frenesia mi misi a girare per i sentieri di quel paese in cui non ero mai stato prima. Vidi una casa, in particolare. A picco sull’acqua, aveva un grande terrazzo proteso nel vuoto. La casa aveva le imposte chiuse. Era primavera inoltrata, gli odori della terra dei cespugli mediterranei impregnava l’aria. Fotografai col telefonino il cartello esposto fuori dalla porta. Era un avviso di vendita con un numero di telefono. 

Versami un altro po’ di vino.

Prima di rientrare provai a telefonare a quel numero. L’agenzia che trattava la vendita mi diede appuntamento dopo un’ora. Aspettai e andai a vedere. Sapevo bene che mai avrei potuto permettermi quell’acquisto. Sapevo anche sì che quella casa era, sarebbe stata, la mia casa. Respirai a lungo quel mare. Mentre l’agente immobiliare parlava di metrature, di soppalchi, di box macchina trotterellandomi accanto guardavo dal terrazzo quell’orizzonte che mai avrei potuto possedere e che per tutta la vita avevo preteso senza pretendere. Salutai, alla fine, promettendo che io o qualcuno per me si sarebbe fatto vivo entro quindici giorni. Quando tornai, percorrendo a ritroso le gallerie lentamente e nel buio, meditai, sapevo, che quella era la casa  che mi ero sempre portato dentro. Pensai alla mia vita, a sparire. Ai miei colleghi grigi e pieni di risultati di calcio di serie A e di amanti di serie B. Pensai a quanti soldi, pochi, avevo guadagnato nella mia vita: pochi, appunto, per quanto avevo dato: quanto ero stato costretto a disperdere nel consumarsi dei miei anni? Le tasse, sempre troppe rispetto a ciò che ricevevo dallo Stato, i soldi per una salute che non mi era mai mancata, i furti legalizzati che le banche mi avevano riservato nel tempo. Ecco, quelli soprattutto mi ossessionavano. Aspetta. Adesso sento male, molto male. Perdonami se ti parlerò più lentamente ma, quello che sto per dirti non è soltanto la fine della mia storia. Puoi decidere che sia l’inizio della tua.

Stavo andando in pensione. Due lire. Due lire come forse era stata la mia vita fino a quel punto. E una casa con il terrazzo sul mare. Tra quelle due lire e la casa ballavano 700.000 euro. 

 

Mi misi per qualche settimana in malattia. Avevo deciso con molta lucidità che mi sarei ripreso tutti i soldi che ero stato costretto a cedere controvoglia nella mia età adulta. In quei soldi ci stavano tasse banche rate zingari padroni ztl prezzi sindacati ciclisti motorini donne neri gialli rossi… Incominciai a seguire tutti i movimenti nelle banche e a informarmi sulle liquidità presenti nelle varie sedi. Niente da fare: molto improbabile trovare una somma così consistente in un solo luogo accessibile. Mi vennero in mente  discorsi fatti qualche tempo prima con un amico bancario; diceva che le uniche liquidità rilevanti ormai sono quelle che dai grandi centri commerciali passano alle banche, sostando una notte per il conteggio, nelle più attrezzate sedi delle agenzie private per il trasporto valori. Il mio colpo, il mio esproprio sarebbe avvenuto in uno di quei luoghi. Identificai quello che mi pareva il luogo di raccolta più vulnerabile, non lontano da casa mia, poi, consapevole che ormai gli anni mi rendevano un vecchio credibile, andai a acquistare un tripode, quei bastoni per disabili a più punte. Mi trasformai in un vecchio vero, anche sì malandato. Avevo provato in quei giorni, tante volte in casa la caduta, ma quella che ottenni per strada, davanti alla sede dell’agenzia, fu un piccolo capolavoro per credibilità e intensità. Cedetti così bene che mi feci addirittura un po’ male alla testa, la fronte sanguinava leggermente. Mi portarono in sede agonizzante. Sussurrai di non chiamare l’autoambulanza, ma mio figlio primario che abitava a poche centinaia di metri e che era a conoscenza di quel genere di miei mancamenti. Nessun primario, naturalmente, ma volevo guadagnare  tempo per consumare la mia azione. Così, quando nella concitazione tutti si occupavano chi di rintracciare  il mio figlio fasullo, chi di ottenere una mia ripresa, estrassi la calibro 9. 

La consegna del contante, dentro a un sacco fu incredibilmente veloce. Era evidente che nessuno aveva voglia di rischiare la vita, oppure erano così certi che non ce l’avrei fatta, da essere perfino gentili. Sapevo che l’impianto di videocamere mi avrebbe segnato per sempre, ma era l’unico modo. Poi chissà, magari  me la sarei cavata in qualche maniera, in fondo avevo fatto sempre in modo da non offrire alle riprese direttamente il mio volto. E ero incensurato, come si addice a un né ricco né povero come me… 

L’auto che avevo rubato  era parcheggiata poco lontano. Aprii il cofano, buttai il sacco veloce e misi in moto. I tre colpi raggiunsero l’auto mentre già mi stavo allontanando;  uscite di corsa, le guardie, avevano provato a fermarmi una volta sicure che non avrei potuto reagire. Alle spalle, vigliacchi. Nessun atto eroico. Anche loro così normali da non disturbare troppo. Mi allontanai verso la periferia. Avevo una pallottola nella spina dorsale, o almeno così credo. Ormai era buio. Non ricordo bene come sono finito lì, tra quei campi di granoturco accanto all’abbazia di Chiaravalle. La periferia più vicina al centro. Accostai. E ora che faccio, pensai. Chiunque avessi chiamato, mi sarei fatto prendere. 

Fu a quel punto che come un lampo mi venne in mente Ruzzle. Quell’amico che non conoscevo e che mi batteva tutte le sere da un anno sul mio telefonino. Ci eravamo scritti tante volte da diventare quasi complici. Quella piccola idiozia ci accomunava… Cosa c’è di meglio di sparire dietro all’anonimato di un giochino? Per questo Ruzzle mi piaceva: potevo perdere senza essere nessuno. Andai a cercare Aldo72. 

Il resto lo sai bene. Ti ho scritto che stavo male, di venirmi a prendere. Di portarmi a casa mia. La minichat di Ruzzle era l’unico modo per comunicare questa storia            a un estraneo, che non fosse rintracciabile con raziocinio da alcuno. Chi assocerebbe mai un’applicazione così diffusa ma banale a un messaggio così decisivo? 

Quanto tempo è passato da allora? Un’ora? Una settimana… Ormai lo so, l’ho capito che non c’è niente da fare, non muovo più le gambe e non so quanto potrò resistere ancora. Bene, ora mancano due o tre  cose da completare. La prima è portarmi nella mia auto, quella vera. Non è lontana da qui. Aprirai la portiera e mi poserai al posto di guida. Poi prenderai il mio cellulare, cancellerai tutte le applicazioni e lo getterai in un bidone della spazzatura. Mi troveranno lì, in auto. Ti assicuro che non sto soffrendo. Non sento più nulla. Mi hai dato della roba buona. E chi l’avrebbe mai immaginato che sarei finito a farmi aiutare da un caposala reparto anestesia… Poi prenderai il sacco che c’è di là, quello dei soldi, e andrai a questa agenzia, quella che c’è su questo biglietto da visita. Comprerai con quei soldi la casa sul mare. Pagala  poco per volta, in quattro o cinque rate, darai meno nell’occhio. Non ti diranno nulla, il contante fa assai comodo, di questi tempi. Troverete il modo di non suscitare sospetti. La casa sul mare… là dove il cielo si confonde con l’acqua. La mia casa. So che potrai non farlo, ma sono sicuro che lo farai. 

Le persone si leggono dal primo respiro. Quando ti ho visto arrivare ho capito che per la prima volta nella mia vita ero stato fortunato. 

Ogni volta che guarderai il mare finire dentro al cielo saprai che in questa vita si può cercare di nascondersi ma non ci si può annullare. Viviamo, respiriamo, osserviamo, ci riempiamo di odori e di passioni, anche quando tutto sembra così lento e annoiato. Viviamo né ricchi né poveri. 

Ma l’anima – quella che ti catapulta fuori e dentro dalle emozioni - è un’altra cosa.

Advertisement