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oggi voglio

Evening wind

di Gino&Michele su Smemoranda 2016 - 12 mesi

Devo ammettere che mi secca un po’ vivere dentro a una città senza vento. A volte, se ci penso anche solo per un attimo, è come se mi mancasse qualcosa di profondo - e nello stesso tempo di immediato - di questa mia città che amo e non cambierei con nessun’altra assurdità di uomini. Qualcosa che passi dalle ossa e dagli occhi, qualcosa che viene da dentro. Perché il vento è anima e stomaco, pelle e cuore. Il vento è la fantasia che ci regala questo nostro pianeta per alleviare il grande, inevitabile Ovvio della quotidianità. È lo scarto, l’improvviso. Il vento è aria che vive, che soffia.
Va da qualche parte, perché, lo scriveva Seneca, l’aria non è mai così ferma, come il mare, che anche quando lo immaginiamo calmo si muove, e mai da una sola parte. Succede come per la nostra immaginazione, e per la sua più alta e spaventosa espressione, che è la fantasia.
Non sai chi è Seneca? Davvero non è così importante, è qualcuno che è vissuto qualche anno fa, in Europa, e anche se ha cercato di capire la vita, adesso non sta poi tanto bene…
E poi che c’entra Seneca, non riesco comunque a dirtele queste cose che mi passano per la testa. Mi piacerebbe scriverle, se lo sapessi fare. E invece sono qui, soffiato via dalla tua eleganza morbida; sono qui dall’altra parte del letto. È come se tu non mi vedessi, eppure in questo momento io ci sono, ti guardo. Per te ci sei tu, Emma, e la luce di quella immensa portafinestra che ci sta raccontando la tua città ventosa. Anche questa domenica sono qui, a cercarti, a capire dove sto andando, a respirare vento. Ci conosciamo ormai da troppo, così tanto che sembra ieri. Succede quando in mezzo capitano notti infinite. Eppure non ci siamo mai persi, ovunque tu sia andata a nasconderti ti ho raggiunta. In realtà sappiamo bene che non è passato troppo tempo dalla prima volta. Sei così giovane. Dove eravamo? Boston? O forse in qualche altro porto del New England?
È sera. Ancora qualche ora, poi il solito bus mi porterà di nuovo a casa. Andrò direttamente al giornale, credo. Ad addormentare il sonno di qualche altra ora. A tirare sera. Tanto di notizie il lunedì ce n’è poche. Allora, tornato a casa, mi butterò sul materasso finalmente sfinito di normalità.
Dove nasce il vento, e come?... È veramente tutta la fantasia del mondo che ci piomba addosso? O sei tu, Emma, a regalarti, a regalarci tanta energia… Si sta avvicinando la notte, ancora qualche mezz’ora e sarò in viaggio. Trascorrerò qualche ora in quello strano dormiveglia a cui mi sono abituato tra te e il sogno, tra la nostra giornata e la vita che avrò davanti per i prossimi giorni, forse mesi. Te l’ho detto, vorrei poterti scrivere, ma non ne sono capace, proprio io che lo faccio di mestiere. Forse ti disegnerò. Ma solo tu vedrai quell’immagine. Guardati, le tende quasi ti accarezzano i capelli. Se ti amassi forse non ci sarebbe vento, quel vento, forse non ci sarebbe questa fantasia.
Ti vedo già prendere la brocca alle tue spalle e lavarti dolce di me. Tornerai la Emma di qualche ora fa, come sempre. Ma ti chiami davvero Emma? In questi posti pieni di vento e di fantasia è vietato innamorarsi.

*Racconto ispirato al quadro omonimo del 1921 di Edward Hopper. (edwardhopper.net/evening-wind)

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