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Il posto era l'Arca di Follonica

di Negrita su Smemoranda 2010 - Che storia!

Il posto era l’Arca di Follonica. Dopo il concerto cercai il padrone. “Splendido,” fece col naso e gli occhietti appuntiti “vi richiamo.” Contai i soldi e gli strinsi la mano.
Appena fuori, trovai gli altri sotto la veranda. Era il ’92, Il vento spazzava le cose, la schiuma mangiava la spiaggia. Di notte, a novembre, guardammo il mare senza sognare. Sulla via del ritorno, dopo una curva, all’improvviso, sbuchiamo dal bosco. Non piove più, compare la luna. L’auto prende a scendere su una striscia che taglia in due una radura d’erba bassa e pochissimi alberi sparsi.

Una strada in discesa incredibilmente dritta e lunga, un rettilineo sparato sull’infinito. Solo un camion a rimorchio che ci para la via. Cesare fa per sorpassarlo, ma ecco che questo si porta in mezzo alla carreggiata. Siamo costretti a rientrare. Ha sonno, non ci ha visti. Ci riproviamo. Ma di nuovo niente da fare, siamo alle solite. “Non ci credo, non può essere. Ma che sta succedendo?” Ricomincia il sorpasso. Ho una mano che s’avventa sul clacson, Cesare fa impazzire la levetta degli abbaglianti. Siamo sul fianco di quel bestione; eccolo che viene contro di noi. Non molliamo e lui non molla; non molliamo e lui non molla. Apro il finestrino per urlargli contro, ma finalmente quello sembra cedere. Lo fa lentamente, con cautela; quasi volesse esser padrone della nostra andatura. E noi lo assecondiamo. Il finestrino è aperto, entra l’inferno. Metto fuori la testa. Avanziamo. All’altezza della cabina dell’autista, siamo pronti a dar fondo all’intero catalogo degli insulti e dei gestacci peggiori, ma la scena che si presenta stravolge ogni punto di vista. Nel fascio di luce dei fari del camion c’è una piccola lepre che corre a più non posso. È stremata, chissà da quanto sta correndo così, in linea retta. Non può scartare di lato: la sua visuale è circoscritta dal cono dei fari. Subiamo in silenzio la scena. Non c’è niente che si possa fare. Se non fermarci. Ma questa possibilità non ci viene in mente. E neanche al camionista. Siamo catapultati dentro la storia, e ora ci tocca viverla. Da qui si vede la vita, e forse la morte. L’asfalto è un panno blu. Nel silenzio, guardo la lepre e penso “Dai, dai!...”. Che poi non è silenzio, perché c’è il motore del camion e la voce di Cesare che, piano, fa: “Dai, dai!...”. Nel silenzio sono una lepre che corre. Non sto scappando, mi preme la vita. Sento il cuore che mi spezza le tempie, e sento il rumore, il rumore di qualcosa che sta per esplodere. È il rumore del camion, è una lepre che corre; e lo stesso, è il mio cuore. E quello di Franco, che è una lepre che corre, e come me, come tutti qui, corre e pensa: “Dai, dai!...”. La lepre fa un salto ed è già sul prato. Libera. Liberi!

Scoppiamo in un urlo di gioia, un concerto di voci e di camion. Noi. E il camion. E Zama. E Pau. Finito il sorpasso, mi sporgo e mi volto. Voglio vedere e salutare il camionista. Nella cabina, in un velo di luce, con un berretto da baseball e le braccia sottili, lo giuro, sorride un angelo con i baffi.

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