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Nonno Tonno - La rivoluzione non è un pranzo di gala

di Gino&Michele su Smemoranda 2018 - 12 mesi

“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, e si sedette a tavola. Nonno Tonno la dichiarò solennemente, quella cosa lì, quasi ci credesse, anzi proprio ci credeva, o almeno aveva provato a crederci. “La rivoluzione non è un pranzo di gala”, ripeté Nonno Tonno pensando che nessuno avesse sentito. Finì le ultime due dita di negroni. Ma i ragazzi, impugnando la forchetta come un kriss della Malesia, si stavano già sferruzzando gli spaghettini al totano e nessuno fece una piega né sul negroni, né sulla rivoluzione. Era sera; tutti quanti noi dentro a un tramonto che presto avrebbe incominciato a diventare imbrunire. Io stavo finendo di mettere nella lavatrice le scarpe da tennis dei ragazzi, che loro però chiamano “Le running”.
“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, declamò per la terza volta. Pensai che nonno Tonno – mio padre - in quella frase ci trovasse un mondo, il suo. Perché c’erano le tre parole  chiave della sua vita, per le quali aveva vissuto fino a allora i suoi settant’anni: Pranzo, Gala, Rivoluzione. In ordine sparso, anzi no, forse proprio in ordine esatto d’appartenenza. Tonno amava mangiare (e bere, anche), vivere con una certa eleganza (seppur trasandata, per dare nell’occhio). Amava pensare che la rivoluzione fosse una cosa lì lì, che manca poco.

Mi sedetti a tavola con loro. Di là la lavatrice iniziava piano il suo rassicurante frunfrùn mono tòno.
La casa in Versilia è di quelle belle, non proprio sul mare, appena dentro; case che ti illudono, dietro, con i pini marittimi, ma poi te le ritrovi, davanti, con le robinie. Pianta invadente, la robinia. Il pino ha tanta dignità perché ha una sua storia antica, mediterranea. La robinia viene da lontano, oltre l’Atlantico, ha poco più di due secoli, qui da noi, e si è allargata senza storia. A questo pensavo mentre sparecchiavo, buttando lo sguardo oltre la finestra. Casa curiosamente all’americana, con tanto di bow window e ricopertura in legno chiaro, come usavano fare sull’Oceano a inizio Novecento. Papà e mamma di nonno Tonno - i miei nonni, i bisnonni –l’avevano voluta così (e così è oggi), la casa al mare,   al ritorno da uno dei loro viaggi in America, quando gli aerei andavano ancora a elica, anche quelli grossi.

Avevamo mangiato, al solito, in fretta. E abbastanza presto, perché quando siamo in vacanza noi usiamo così. Ora i ragazzini si erano gettati veloci sul divano a guardare Disney Channel con le cuffie.
Nonno Tonno, si preparò con mosse automatiche un altro negroni, “per digerire”. Poi andò verso la libreria e estrasse un volumetto  che suonava antico ma in fondo aveva solo una cinquantina d’anni. Color aragosta, ton sur ton col negroni. E con la Rivoluzione culturale, giusto per restare più o meno in tema. Lo aprì che già stavo lavando i piatti. In piedi, dietro di me, mi ansimò un paio di rantoli come per chiedere attenzione, tra forchette Rustik e piatti Fargrik. Le stoviglie Ikea galleggiavano nel sapone di Marsiglia dentro a un catino moplen e solo per un attimo pensai che l’Europa aveva senso, non foss’altro per compattare la mia vaisselle.
“La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un'insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra.” Così lesse per intero nonno Tonno. Io ruppi un bicchiere Svalka “6 pezzi euro 4,99” per troppa energia. Sarà stata colpa della rivoluzione, quella che poi non si è mai fatta e a cui  a suo tempo nonno Tonno aveva puntato, ma un po’ anch’io. Sarà stato Mao Tze Tung, come pronunciava nonno Tonno. O Zedong, come avevano insegnato a me. Certo è che sta cambiando tutto, perfino i nomi dei nostri miti giovanili, delle nostre sicurezze lontane: la rivoluzione, il fax, la carta a carbone, il nome di Mao. Mao, che per i miei figli, quelli di Disney Channel, è solo un deejay. DjMao, uno che “suona” mettendo su i dischi.  Un giorno mi è arrivato un messaggino in whatsapp: “Quando un dj dice ‘suono’, un chitarrista in qualche parte del mondo si suicida”. Cambiano i tempi. “Todo cambia”, come da poesia premonitrice e da canzonetta importante. DjMao o Mao Tze Tung, quello della Lunga Marcia? Uno che mette su le canzoni o quello della nuotata nel Fiume Giallo, che proprio giallo non era? Già, forse il fiume era Azzurro. Fatto è che la notizia allora diceva che il vecchio Mao aveva nuotato quindici chilometri in qualcosa come un’ora. Molto improbabile. E con lui anche cinquemila cinesi, a fargli compagnia. Molto probabile. C’era un lungo striscione a ideogrammi che diceva: “Lunga vita al compagno Mao. Mille anni.” Era luglio ma in acqua faceva un freddo della madonna, dicono. Comunque lo striscione, a Mao Tze Tung, servì così e così.
Però quella frase… La rivoluzione non è, con tutto l’elenco prima e quell’è, con poche parole definitive a seguire, rappresenta una di quelle frasi che attraversano gli anni, perché ti sono passate dentro. Persino Sergio Leone, il grande regista che maoista non lo era davvero, sentì il bisogno di metterla, a epigrafe, prima dei titoli di Giù la testa. Film bellissimo, pieno di occhi, come avrebbe dovuto essere ogni rivoluzione, secondo il criterio di nonno Tonno. Genio. Leone, ma anche nonno Tonno.

Nonno Tonno. Non so perché l’abbiamo sempre chiamato Tonno. Lui si chiama Antonio. Lo guardo – e sono triste, forse un po’ cupa – mentre ora, finito in due gollate il secondo negroni, si è seduto sul gradino d’entrata della casa. Vorrebbe far giocare il cane, ma il cane si è già distratto, forse ha sentito un coniglio selvatico. O forse non è abbastanza rivoluzionario per apprezzare il richiamo di Nonno Tonno, il “boccettaro”. Già, così li avevano chiamati – Boccettari – i dissidenti, quelli un po’ più intellettuali, un po’ più “a sinistra” nel grande dibattito degli anni delle lotte studentesche. Nonno Tonno era un ideologo dei Boccettari, che però, secondo la maggioranza che li aveva cacciati dal “comitato centrale”, in realtà passavano la maggior parte del tempo a giocare a boccette al bar davanti all’università. Seguì dibattito, tra le fazioni, se era più di sinistra la stecca o la boccetta, al tavolo del biliardo. Se cioè “boccettari” poteva definirsi in senso dispregiativo o puramente cronachistico. La linea di difesa dei Boccettari pareva convincente: meglio la boccetta, più diretta e genuina. La stecca era una cosa da iniziati, da intellettualini. Come paragonare la box al fioretto. Boccette uguale box, stecca uguale fioretto. Non ci piove. Questo dicevano i Boccettari, altrimenti conosciuti, spregevolmente come i “Disquisisiùn Teorica”. Gente che gli operai li aveva visti solo da lontano e mai dal vivo, solo sui manifesti cinesi, in tuta blu, pieni di muscoli mentre guardavano raggianti il futuro.
È per questo che il dibattito fu deviato sulle boccette, a discapito delle stecche. Per i Boccettari era l’unico modo per recuperare terreno. Non ce la fecero mai, ma persero con dignità e senza processi davanti alla corte popolare del baretto di fronte, quello col flipper.
Ora Nonno Tonno, seduto sull’unico gradino della casa al mare, chiama il cane, che è un collie ma che io, cresciuta coi telefilm della Tv dei Ragazzi, mi ostino a chiamare Lassie, eroe televisivo delle ragazzine d’antan (Rintintin era quello dei maschi). In gergo, quando usi un brand  per definire un oggetto, si chiama “volgarizzazione del marchio”. Come Scotch, Scottex, Simmenthal… Forse, tagliando a fette grosse, anche come Rivoluzione. Che una volta loro – i Nonni Tonni - la usavano con un significato specifico, quello politico; e ora la si applica un po’ a tutto, dal conto in banca online al metodo per scommettere sulle partite. Tutte cose rivoluzionarie.
Nonno Tonno chiama il cane: “Iskra!”. Iskra, che vorrebbe dire “scintilla” ma sarebbe anche la testata del giornale della Rivoluzione d’Ottobre. Lenin, per dire. Iskra non sa che il suo nome ha così tanto peso. Per questo guarda i conigli selvatici.
Finisce che io guardo Tonno. Tonno guarda Iskra. Iskra guarda il coniglio. I ragazzi guardano Disney Channel. Stasera è un tramonto lungo. È ancora chiaro.

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