I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

login

Marocco Express

di Aldo, Giovanni e Giacomo su Smemoranda 2011 - Beautiful day

Tutto partì a novembre dell’anno scorso.

Nico Valsesia e Pietro Trabucchi, durante un sopralluogo sui monti dell’Atlante in Marocco, mi iscrissero al trail del Toubkal; Nico per divertimento, per prendermi in giro; Pietro per un suo esperimento di psicologia sportiva: come riuscire a motivare un comico non-corridore e spingerlo a partecipare a un trail per superuomini.

Aveva sperimentato questa tecnica coi ratti, ma non era riuscito a motivarli abbastanza ed erano morti tutti nell’impresa. Accettai con entusiasmo, non coonoscevo bene né Pietro né Nico, fino a quando non vidi il dépliant del trail. Non avevo mai fatto nulla di così esagerato, a parte sopportare Aldo e Giacomo: 42 km con 3.400 m di dislivello e passaggio sul monte Toubkal di 4160 m. Seguirono mesi in cui alternavo la certezza di partecipare alla certezza di stare a casa. Solo una settimana prima decisi di partire; i miei famigliari mi ricordarono i ratti.

5/10

Marrakesh. Piazza vivissima: bancarelle, banchetti colorati di arance e pompelmi, ristoranti mobili, incantatori di serpenti, danzatori, ammaestratori di scimmie, cantastorie… un bel caos organizzato. Mercato e botteghe d’artigianato affascinanti, odori forti e contrattazioni infinite e poi una riad speciale.

6/10

Imlil. Villaggio a 1700 metri sui monti dell’Atlante; luogo di partenza per i trails. Giornata limpidissima.

7/10

Ore 5.30, si parte. È ancora buio e si viaggia con la frontale. Con me “corre” Pietro, come dice lui, mi controlla come un buon pastore. Alla partenza mi invade un senso di euforia, di comunanza, che mi dà molto piacere.

Si prospetta un’altra bellissima giornata e si vede il serpente delle frontali che segna il sentiero verso l’alto.

La salita al primo colle non è tremenda e la sensazione di felicità mi accompagna; sto benissimo. Non è ancora chiaro e la temperatura è mite. L’altitudine è tutt’altra cosa: da 2300 m a 3550. Un vento traverso.

Incontriamo dei locali coi muli, ci incitano, uno mi dice: “Courage, moustache”. Quasi tutto il trasporto su questi monti avviene coi muli, ce ne sono tantissimi sul percorso, muli e asini. Ce ne corre incontro uno sul sentiero, il suo padrone dietro che lo rincorre gridando. Alziamo le braccia per cercare di fermarlo… riusciamo a scansarci prima che ci travolga. Anche due dietro di noi ci provano senza esito. Più a valle due locali lo fermano a sassate: ecco qual era il metodo da usare! Arriviamo al rifugio che è attorno ai 3200 m. Da qui parte la salita che porta alla cima del Toukbal: 4163 m. La salita ha una pendenza esagerata; alcune capre di montagna scuotono la testa nel vederci passare, delle marmotte fischiano per prenderci per il culo, corvi volteggiano sopra un concorrente che zoppica. È veramente dura. Questa salita è detta “dei cento tornanti urlanti,” perché i mulattieri comunicano gridando sul percorso. Io invece credo che siano le urla di dolore di chi la intraprende.

Fortunanatamente, la quota non mi dà problemi. A 100 m dalla cima staziona il medico, mi dice: “Vedi appannato?” “No, gli rispondo e lui: “Allora puoi andare, va tutto bene.” Arriviamo in vetta e il panorama è davvero grandioso. Faccio un gestaccio ai corvi e un po’ di foto. Non ero mai stato a una altezza simile, tra loro io parto già svantaggiato. Sogno a occhi aperti di volare tra le montagne per poi posarmi al traguardo tra lo stupore generale… Discesa, a piedi. Mi butto. Mi piace molto correre in discesa, non ho paura, mi dà un senso di euforia. Si corre su un terreno molto accidentato, quasi una “pietraia mobile”.

Al rifugio Toukbal i trails si dividono: a sinistra chi affronterà i 125 km e a destra chi farà i 42. Chiacchieriamo con alcuni che faranno la lunga, sono tranquilli e fiduciosi… Io, al loro posto, avrei chiesto: due muli di sostegno per portare un 150 kg di materiale per poter sopravvivere alla/alle notti che li attendono, razzi di segnalazione, fari da 1000 watt per vedere lontano, telefono satellitare… insomma, qualcosina per sentirmi sicuro.

Riprendiamo la discesa che è interminabile. Pietro mi insegna un metodo di frenata coi bastoncini molto interessante e funzionale, si chiama la raspa e mi aiuta a non ammazzarmi. Per un errore di comunicazione, un’errata valutazione (è il mio garmin che è impazzito), mancano 6 km anziché 3. La mente, così ingannata, toglie energia al corpo. Cammino. Le gambe mi fanno “Giacomo Giacomo”, il che è imbarazzante. Nonostante il sottile incitamento del Trab: “Muoviti e corri, testa di rapa, pappamolle, fannullone, debosciato”, cammino. Ho anche molta sete perché, sempre per l’errata valutazione chilometrica, non ho caricato d’acqua il camelbak. Finalmente entriamo in paese, corro, anche perché ci affiancano parecchi ragazzini; uno, sui sei anni, mi dà la mano e mi incita: “Courage moustache”. È veramente un arrivo speciale, scortato dai bambini!

Tagliamo il traguardo. La prima cosa che dico è: “Un petit peu d’eau”, un po’ per scherzo, un po’ perché ho una sete apocalittica.

Pietro riparte per fare la “scopa” per la 125.

Non è un uomo, è l’incarnazione del dio stambecco Lampuur.

Mi premiano con la bandiera del Marocco.

È un vero beautiful day.

Advertisement