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L'Orlando frettoloso

di Cristiano Cavina su Smemoranda 2009 - Msg for you!

Gli SMS che più mi piacevano erano quelli che mi mandava 5, 3 quando le toccavano i compiti in classe di italiano.

Mi facevano sentire speciale, brillante; una specie di principe azzurro sempre pronto a salvarla all’ultimo minuto, solo che invece di sfoderare la spada e uccidere il drago che la teneva prigioniera, dovevo semplicemente spiegarle in 160 caratteri l’Orlando Furioso e, come scriveva lei nei suoi messaggi, ‘qlkenotabiodiLdvArstplease!!’. Interrompevo il mio lavoro, o qualunque altra cosa stessi facendo in quel momento, e incominciavo a pigiare sui tasti del telefonino come se ne andasse della mia vita. 5, 3 era molto più giovane di me, e anche il suo italiano; così io prima scrivevo il mio messaggio in maniera corretta, poi lo condensavo togliendo gli spazi, sostituendo con la K tutti i CH, eliminando di peso tutte le Q e le U, togliendo le I alle preposizioni semplici e accorciando l’accorciabile finché l’Orlando Furioso diventava l’OrFur e Ludovico Ariosto veniva ridotto a quel misero LdvArst, che sembrava più un frammento di codice fiscale che il nome di uno dei pochi geni della nostra letteratura. 
In un certo senso era come partire dalla bella copia e rovinarla, prosciugandola, fino a giungere alla brutta.

A volte 5, 3 si concedeva una botta di vita, e sceglieva la traccia di attualità: allora era più semplice risponderle. Non dovevo riavvolgere il nastro della memoria fino alla fine degli anni ottanta, quando frequentavo le superiori, per rispolverare le mie dissestate nozioni di Italiano. Le spedivo al volo un SMS che conteneva il riepilogo del fatto di cui doveva parlare, e un paio di idee su come svilupparlo.

Dopo un minuto mi arrivava la risposta: ‘OKepoi?’. Sorridevo. 
I suoi messaggi erano fenomenali, nel tirarmi fuori dei sorrisi.

Le inviavo subito un altro SMS zeppo di idee e opinioni, qualche consiglio volante su come infarcire un testo e trovavo anche il tempo, tra me e me, di gonfiare il petto, perché mi sentivo particolarmente maturo, un uomo vero: questo non poteva non far innamorare ancora di più la diciasettenne seduta al suo banco di scuola, che in quel momento cercava disperatamente di nascondere il telefonino alla vista a raggi x della professoressa.
Mi sentivo invincibile e innamorato.

E poi 5, 3 era sveglia da far paura, e i suoi temi alla fine andavano sempre bene. Ne ero davvero orgoglioso, come fosse una bellissima e rara pianta che stessi con grande cura coltivando.
Ma evidentemente non doveva essere un granché il mio pollice verde, perché quella bellissima e rara pianta un bel giorno si è stancata. 
Non aveva più bisogno delle mie cure, evidentemente. 
Niente più principe azzurro che sfodera il telefonino per soccorrerla dal drago durante i compiti in classe di Italiano.
Niente più 5, 3. Ci chiamavamo così, tra noi, perché era la chiave in cifre di un rebus che le avevo scritto e disegnato per dirle che l’amavo; 
INSERIRE DISEGNO
La prima parola è di 5 lettere, la seconda di 3. 
Se non riuscite a risolverlo ve lo dico subito: A/MORE MI/O).
E quello che mi manca di più, lo so che sembra stupido, ma quello che proprio mi manca di più è lo scampanellio del mio cellulare quando arrivava uno dei suoi SMS zeppi di K, privi di Q e di U, con foreste di punti esclamativi: suonava in maniera diversa, ecco tutto. 
Non so come spiegarlo, ma è così.

Il mio telefonino saltellava come un bambino a natale, prima di aprire i regali.
Sembrava proprio felice.
Io, di sicuro, lo ero alla follia.

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