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Billy Sigma e gli Old Bastards

di Enrico Brizzi su Smemoranda 2010 - 12 mesi

Ogni mese, il giorno 21, mi capita qualcosa di piacevole e inatteso: una volta, a fine serata, ho trovato sotto il palco un portafoglio farcito di carte da cinquanta; un’altra, al Moondog, mi ha trovato una vecchia fidanzata ansiosa di celebrare i vecchi tempi, e troppe altre ne sono capitate per sperare che mi crediate sulla parola.
Io comunque non voglio vendervi niente, e siete liberi di fidarvi come d’inalberare il sorrisetto diffidente. Per quel che mi cambia, potete anche mettervi a ballare nudi: non sareste i primi, ai nostri concerti.
…D’accordo! La faccio breve! Ve l’ho già detto che il 21 è il mio giorno fortunato?
E proprio il 21 luglio era la data scelta dagli Dèi del Rock per l’unica serata italiana del tour di Billy Sigma, l’idolo vivente di noialtri della vecchia scuola.
Per i profani specifico che Billy fu dal 1978 al 1985 il cantante-chitarrista-leader assoluto degli Ugly Birds, il più importante gruppo sconosciuto della storia del rock americano: nella sua trentennale carriera l’idolo Sigma non ha mai inciso un LP da classifica, ma la sua voce tenebrosa e inconfondibile ha accompagnato sul palco gente come Ramones, Nirvana e Peppers.
Oltreoceano, dove sono tutti aficionados, Billy è famoso, strafamoso, invece qui da noi avrebbe suonato sul palco secondario d’un festival sponsorizzato da una marca di gelati: andarlo a sostenere in occasione del suo ritorno nel nostro Paese si trasformò in una sorta di missione.

Partimmo sul furgone a mezzogiorno, e due ore dopo stavamo sgomitando fra i più giovani per raggiungere la zona calda del sottopalco: qualcuno ci riconobbe, qualcuno ci mandò a quel paese, una ragazzina svenne.
Quando finì il concerto dei The Minorennis, eravamo praticamente schiacciati contro le transenne, ma nell’intervallo del cambio-palco il prato si svuotò in maniera desolante.
“Ignoranti!” si scaldò Spike, il nostro batterista. “Andate a quel paese, voi e The Minorennis!”
“E lasciali perdere!” raccomandai. “Eravamo così anche noi, a quell’età!”
“Mi spiace ma proprio no” mi diede contro il bassista Richi. “Di gente come noi s’è perso lo stampo.”
Stavamo invecchiando a vista d’occhio, quando Spike gridò indicando il palco: “C’mon Billy!”.
Si strappò di dosso la maglietta stravolto dall’emozione, poi si battè il petto come un gorilla, con tanta forza che quasi i tatuaggi gli si staccarono dalle braccia. Catturò una coppia di quindicenni con la frangia emo e, indicando qualcuno nel traffico di roadies in completo nero che trasportavano via gli ampli dei The Minorennis, spiegò con gli occhi fuori dalla testa: “È lui, ragazzi! È Billy!”.
Quelli fuggirono turbati, e Spike prese a roteare sul posto recitando la sequela degli antichi motti: “Let’s rock, old bastards! Fuck art, let’s dance!”.
Tchiao Eeetàlya!” gli rispose la voce di Billy Sigma che usciva dalle colonne di casse ai lati del palco, e finalmente mi resi conto che il signore con la Telecaster a tracolla e il cappellino sdrucito da baseball era proprio lui.
Dov’era finita la cresta ossigenata? E il fisico da malsano gladiatore west coast?
Solo i disegni d’inchiostro sugli avambracci erano identici a quelli dei poster. Per il resto, quel signore panciuto avrebbe potuto essere chiunque. Chiunque, tranne una rockstar.
“Ormai ha passato i cinquanta” osservò il chitarrista Fausto, come mi leggesse nel pensiero.
“Cinquant’anni senza dormire” approvò Spike.
Poi il vecchio leone si piazzò a gambe larghe dietro l’asta del microfono; nel silenzio che cresceva lanciò uno sguardo che mi parve inequivocabilmente diretto al sottoscritto, poi attaccò senza una parola l’intro di Rise again, e io sentii avvampare le guance e la spina dorsale farsi effervescente. Prima di perdere definitivamente il controllo, domandai perdono a Billy per la mia poca fede.
Nel giro di un minuto stavo pogando sotto il palco con tutta la mia banda, padroni della situazione e dimentichi d’ogni cosa, come a sedici anni non ci riusciva quasi mai.

Billy Sigma suonò novanta minuti filati senza schiodare i piedi d’un millimetro.
La band che lo accompagnava era composta da ragazzi più giovani di noi, gente che sarebbe potuta essere figlia sua, ma si vedeva che erano aficionados assoluti, onorati di trovarsi dov’erano, e tecnicamente spaccavano.
“Sto godendo!” gridava Spike. Era così sudato che pareva avesse costruito lui il palco, e adesso ballava a braccia aperte come un uccello, felice ed esausto.
Chiusero con la più solare delle vecchie hit, la galoppante To the end, e anche i ragazzini che non avevano mai sentito nominare Billy e gli Ugly Birds li sommersero d’applausi.
After the show, I want you backstage, old bastards!” spiegò l’idolo al microfono, e questa volta non c’erano dubbi: indicava sorridendo nella nostra direzione.
Si allontanò dal centro del palco per bere un sorso di birra e, mentre scambiava due parole con la band, Spike annunciò ancora incredulo: “Si va a conoscerlo, ragazzi!”.
L’appuntamento morale con Billy guastò un poco il godimento dei bis: ci aveva intimiditi, e adesso pogavamo per compiacerlo, ché non si pentisse di averci notato.
 
Varcato il varcabile, ci trovammo di fronte al tour bus presidiato da un butta di due metri.
I butta sono gente poco educata, ma quelli da festival esagerano: solo i batteristi possono tener loro testa.
“Pensi che hai il diritto di fare la faccia da incazzato con me?” si scaldò Spike al primo rifiuto. “Chi ti credi di essere, l’incredibile Hulk? First! Second, ci ha chiamato Billy Sigma. Third, se va bene tu ascolti gli Iron Maiden e non sai nemmeno chi erano gli Ugly Birds. Quindi fammi il favore di bussare alla porticina di quel tour bus, e spiega all’uomo che i suoi amici sono arrivati.”
“Tira fuori il pass oppure sparisci” si piantò quello a petto in fuori.
“Amico” tentò di spiegare Fausto. “Noi siamo una band che va in televisione. Non ci serve un pass.”
“Volete andarci col naso rotto, in televisione?”
“Minaccia, lo scemo!” esclamò Richi sbalordito. Gli andò sotto a braccia aperte e lo sfidò: “Su, aggrediscimi! Così dopo devi lavorare mezza vita solo per pagarmi i danni!”.
“Fuori da qui!” gridò quello. Spinse indietro il nostro chitarrista con una manata in mezzo al petto, poi sfilò dalla cintura una massiccia torcia elettrica e minacciò di usarla come uno sfollagente.
Mentre arretravamo a ventaglio, Spike gridò a squarciagola: “Bìììlly! My friend! Come out! A very big asshole doesn’t want us to meet!”.

Era quasi mezzanotte, e sul palco grande era di turno quel cesso ambulante di Jason Boy, un finto rapper pompatissimo dalle radio e incapace di reggere un live oltre i venti minuti.
Disgusting!” commentò Spike per mostrare a Billy e al suo tour manager crestato che noialtri eravamo gente senza cedimenti verso le schifezze commerciali, ma l’idolo ci sbalordì spiegando che il futuro apparteneva a smidollati come Jason.
“Paradossale” esclamò la strappona dai capelli rosa che ci aveva agganciati mentre eravamo in coda per una birra al bar del retropalco. “Ma andiamo! Sulla pista Astronight sono partiti i sound system!”
Sound system!” approvò Billy. «Let’s dance, old bastards!»
Eravamo un bel gruppetto: noi quattro, Billy, il tour manager e la strappona, senza contare tre o quattro gotiche under 18 che ci pedinavano da una ventina di passi. Ci facemmo largo verso la pista, assediata di schiene lucide, finché il cantato vezzoso di Jason Boy fu sommerso dall’incalzare caraibico delle linee di basso.
Billy Sigma si agitava come uno sciamano, tenendo a distanza la strappona che gli si strusciava addosso. Quando il manager crestato gli passò una sigaretta, l’idolo la fumò in un solo, disperato, tiro; poi si cavò di tasca una fiaschetta lucida da cacciatore e la vuotò in gola.
Nel giro di dieci minuti ballava perduto nell’iperspazio: ruggiva, imitava uno zombie, rideva da solo e baciava la testa rasata di Spike.
“Che mostro, il vecchio Billy!” commentò Fausto quando l’idolo si cavò le Converse di tela, e le lanciò con dentro i calzini verso il centro della pista.
Persino la strappona appariva intimorita, e io avevo dimenticato tutte le domande che vorresti fare ai tuoi musicisti di riferimento.
“Non è bellissimo?” mi domandò Richi con gli occhi lucidi. “Avevo il suo poster in camera, e ora è qui che balla con noi!”
“Niente male” confermai, senza smettere il mio passo saltellante.
Billy Sigma mi gridò qualcosa che non afferrai, e le nostre mani si strinsero a mezz’aria.
“Dice che non si divertiva così da un pezzo” m’informò Spike. “La befana dai capelli rosa, invece, non sa più cosa inventarsi.”
“Guardate!” attirò la nostra attenzione Fausto.
All’improvviso l’idolo aveva cambiato idea: ballavano stretti, ora, allacciati in una specie di tango punk mai visto, e il tour manager crestato fingeva di suonare la fisarmonica.
Lei rideva, ebbra di gioia, finché Billy non tentò un casqué e le franò addosso di peso. Si schiantarono sull’erba umida come una mitologica creatura a due schiene ma, già un batter di ciglia più tardi, la selva di braccia e gambe che si dibattevano facevano pensare a un enorme ragno.
Ci accalcammo ancora increduli per aiutarli, e vedemmo subito che qualcosa non funzionava.
Il frontman degli Ugly Birds, un uomo con una vita di rock’n’roll alle spalle, era incapace di reggersi in piedi, e quella poveretta coi capelli rosa strillava che non riusciva più a respirare.
Li portarono via in barella tutti e due, e al centro medico si scoprì che Billy si era rotto un femore, mentre lei aveva un paio di costole incrinate.
Benché non corressero in alcun modo pericolo di vita, vennero sedati entrambi prima di essere caricati in ambulanza: nessuno voleva sorbirsi le bestemmie americane di un vecchio leone ferito, né le grida della strappona, che urlava di voler morire insieme al suo amore.
Sparirono insieme al tour manager nella scia blu dei lampeggianti, lanciati per strade deserte verso il cuore della piccola città ai cui margini si teneva il festival.
“E adesso come fa?” domandò Spike costernato. “Devono suonare in Austria, domani sera.”
“Salterà qualche data” sospirò Richi. “Non avete visto che volo?”
“Mi sa che torna in America, e ciao tour” pronosticò Fausto.
“Be’, si torna anche noi?” proposi. Era l’una e trentasette del 22 luglio. Il mio giorno fortunato era finito, e mi era venuta una gran voglia di ritrovarmi a casa, sdraiato in mutande sul divano.
“Già che siamo di fronte al parcheggio…” approvò Spike. “O volete restare a divertirvi mentre Billy è in ospedale?”
Fausto scoppiò a ridere, poi scosse la testa ed esclamò: “Che razza di serata!”.
“Su che il viaggio è lungo” ruppe gli indugi Richi. Poi fissò le auto parcheggiate a centinaia oltre il nastro bianco e rosso, e domandò: “Qualcuno si ricorda dove abbiamo lasciato il furgone, old bastards?”.


© Enrico Brizzi 2009
Testo originale per Smemoranda

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