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Anche in America si gioca a calcio

di Marina Viola dall'Ammmerica
| News | Cose dall'altro mondo | 0 commenti

Cioè, più o meno

A me del calcio non interessa nulla, neanche i pettegolezzi sui calciatori, sulle loro varie fidanzate, sui loro tatuaggi, su quanto guadagnano o su quanto sono primedonne viziate. Men che meno mi interessa sapere per che squadra giocano, se sono portieri o attaccanti. Il fuorigioco è ancora un mistero per me, tipo Fatima. Invece a poco a poco comincio a capire che il calcio d’angolo si fa spesso, e a volte aiuta a far gol.

Del calcio non mi interessa nulla, a parte durante i Mondiali, periodo in cui mi ritrovo a guardare Iran-Nigeria senza il minimo dubbio che invece dovrei fare altro, tipo lavorare. Non so se lo sapete, ma sabato ha giocato l’Italia che ha stracciato l’Inghilterra con la sua regina e i suoi giocatori tutti carucci e ordinati: sono rimasta colpita da due cose in particolare e cioé le scarpe dei giocatori tutte colorate e spesso diverse l’una dall’altra, e il fatto che tutti sapevano a memoria l’inno nazionale. Son soddisfazioni, altro che balle.

Ieri invece ha giocato la squadra di qui, gli Stati Uniti, battendo il Ghana dopo novanta minuti noiosissimi, in cui il Ghana menava di brutto - e attaccava - e gli USA, con le loro magliette bianche-rosse-blu per via che a loro piace essere originali, facevano muro, dando mille possibilità, ma la soddisfazione di un solo gol alla povera squadra africana che in passato li aveva stracciati come la carta delle caramelle.


Sono tante le cose che mi hanno stupito nel vedere una squadra americana giocare a calcio. Prima di tutto, non sapevo che fossero al corrente del fatto che la palla può anche essere rotonda e non solo ovale, e che invece di tirarla con la mano e batterla con la mazza da baseball, o metterla in un canestro, la si può anche calciare. Sono anche rimasta colpita dal pochissimo entusiasmo, rispetto a quello europeo o a quello dell’America latina, nei confronti della partecipazione statunitense a una gara mondiale. Qui oggi la prima pagina del New York Times parla prima di Iraq e di morti ammazzati, poi di innocenti alla frontiera, poi di una roba della famiglia Koch in Kansas (non ho idea di cosa sia), poi della depressione post parto e poi, dopo, del fatto che abbiano vinto la prima partita ai mondiali, dopo aver fatto un gol a meno di un minuto dall’inizio della partita, senza neanche un autogol come il Brasile. Noto invece su Repubblica.it che nella sezione ‘tema caldo’ ancora si parla dei gesti di Balotelli durante la partita di sabato, per dire.

Dan ieri sera ha invitato il suo amico Adam (che ha portato della birra Moretti) a guardare la partita e tutti e due hanno ammesso di sentirsi in imbarazzo a urlare, come i ventimila tifosi americani allo stadio, “U-S-A! U-S-A! perché dicono che si vergognano del nazionalismo un po’ fascista che un grido così può ricordare. Anche io da quando Berlusconi ha rovinato anche questo, non riesco più a dire Forza Italia.


Dan insiste a dire che qui il calcio è seguito, ma la realtà è che anche se esiste un campionato, il calcio è considerato uno sport che fanno i ragazzini ma soprattutto le ragazzine (è uno sport più femminile anche a livello agonistico) e c’è pochissimo interesse per le squadre professionali. Qui ieri sera alla fine della partita non c’è stato nessuno strombazzamento di clacson, nessun urlo dalle finestre dei vicini, nessuna festa. Stamattina nessuno si è svegliato senza voce per aver urlato davanti allo schermo televisivo o in piazza davanti al maxi schermo che non c’era. Oddio a voler vedere qui non ci sono neanche le piazze, ma transit.
Sappiate, quindi, che se mai ci sarà un Italia-USA, io vengo a vederla a casa vostra perché voglio urlare come una pazza. Comincio da subito a studiarmi Mameli per non far brutte figure.

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