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Boston, un anno dopo

di Marina Viola dall'Ammmerica
| News | Cose dall'altro mondo | 0 commenti

La città ricorda l'attentato in cui persero la vita tre persone e ne rimasero ferite 260. Adesso l'autore della strage, il 19enne Džochar, rischia la sedia elettrica

Il 15 aprile a Boston pioviggina, come accade ogni volta che si commemora un evento triste, come un anno dall'attentato alla Maratona di Boston. Ovviamente non si parla d'altro, e con stile tipicamente patriottico americano, la retorica, le bandiere, le foto con bambini tristi si sprecano.

Un anno fa a Boylston Street, nel centro di Boston, due fratelli di origine cecena portavano con sé nei loro zainetti due bombe fatte in casa con la pentola a pressione. Li lasciarono lì, i loro zainetti, a pochi metri dalla linea d'arrivo, dove migliaia di corridori sudati e altrettanti spettatori sorridevano alle telecamere. Poi il panico: gli scoppi, pezzi di gambe, urla di persone terrorizzate, sangue, sirene, polizia. Tre morti, duecentosessanta feriti, tra cui la professoressa di mia figlia Sofia, a cui è arrivata una scheggia di metallo dritta a due millimetri dal cuore.

E poi la fuga dei fratelli, inseguiti da tutta la polizia possibile immaginabile. Si erano fermati, prima di scappare, ad ammazzare un poliziotto a Cambridge, che aspettava di iniziare il suo turno, e a prendere una merendina nello spaccio del benzinaio dove io vado almeno una volta la settimana, e poi si erano fermati un'altra volta, bloccati dalla polizia, dove c'è stata la sparatoria che ha ucciso il maggiore dei due fratelli. L'altro, ventenne, pieno di pallottole nel corpo, è invece riuscito a scappare e a nascondersi in una barca a Watertown, un paesino limitrofo.

La città è andata in lockdown, come dicono qui: la polizia ha preso piede e, come una macchia di petrolio, con le sue uniformi nere ha inondato ogni angolo della città. Con mille megafoni raccomandava di non uscire di casa e di stare allerta. Il panico lo si poteva palpare nell'aria, la paura poi di chissà cosa, anche perché uno scenario in cui un ragazzino ferito gravemente possa andare in giro con altre bombe fatte in casa o delle armi era a dir poco improbabile.
Fu un giorno difficile per Boston, ma anche per Cambridge, che poi è dove abito io con la mia famiglia, perché è una città ultra pacifista, ultra liberale, multietnica e multiculturale, dove razzismo, violenza, antisemitismo e compagnia bella sono state da anni rimpiazzate da ex hippies, genitori che si fanno le canne e che educano i figli a volere bene a tutti.

Il giorno dell'anniversario alla radio hanno intervistato l'allora sindaco di Boston, Thomas Menino, che un anno fa era in ospedale, e che, dopo aver ricevuto la telefonata che lo informava dell'attentato, contro il volere dei medici si vestì e uscì dall'ospedale. Il giornalista gli chiede se pensa che l'attentato abbia cambiato la città, e lui risponde (ma cos'altro avrebbe potuto dire?) che da allora i bostoniani sono diventati più compatti, e Boston è diventata una città del vogliamoci-tutti-bene.

Poi leggo un lungo articolo sul New York Times che mi racconta cosa è successo al ragazz(in)o che con il fratello aveva fatto l'attentato: è in una prigione federale di massima sicurezza, dove non può vedere nessuno, non può parlare con nessuno, non può leggere giornali, non può uscire. È lì che aspetta il processo, che lo troverà senza ombra di dubbio colpevole e che molto probabilmente lo manderà sulla sedia elettrica. E mi chiedo cosa pensino gli americani della giustizia, se davvero credono che ammazzare un ventenne possa farli sentire meglio.

Sarebbe bello, penso tra me e me chiudendo il giornale, che i bostoniani del vogliamoci-tutti-bene usassero questa loro esperienza per alzare la voce contro la pena di morte, che di sangue ce n'è già stato tanto.

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