
di Giorgio Deluca
Non sapevo assolutamente niente di elettrotecnica ma affrontai l'esame con un coraggio che io stesso non mi riconoscevo.
“Cos'è un diodo?â€, mi fu chiesto.
“Non avrai altro diodo all'infuori di meâ€, risposi prontamente.
Gli altri, erano in tanti ad assistere, risero e mi sentii soddisfatto di questo.
La mia soddisfazione durò poco perché mi accorsi che il professore non rideva per niente. Cercai così di tornare serio il più velocemente possibile, ero convinto ormai di dover andare via, ma il professore preso da un attacco di sadismo (o masochismo, o entrambi) decise di tenermi ancora la.
Ero molto teso, le mie conoscenze in elettrotecnica erano molto scarse: ogni tanto ero andato a comprare qualche lampadina e neanche questa semplice operazione mi era riuscita del tutto.
Non ricordavo mai se dovevo dire: “una lampadina da 100 watt†o “una lampadina da 100 voltâ€, e tornavo sempre a casa per chiedere lumi.
Una volta, non volli tornare a casa (anch'io ho il mio orgoglio), entrai deciso nel negozio, ero concentratissimo e dissi:
“Una lampadina da cento!â€.
“Cento, cosa ?†rispose, con un ghigno che mi sembrò di scherno, il lampadinaio.
“Volt!†mi buttai.
Il ghigno si accentuò e mi disse:
“Le lampadine a volt le abbiamo finite abbiamo solo quelle a Wattâ€.
Capii che voleva imbrogliarmi.
“Probabilmenteâ€, pensai, “le lampadine a Watt costano di più di quelle a Volt, e vuole rifilarmelaâ€.
Allora, deciso a vendere cara la pelle, dissi: “Me ne dia una da trenta Wattâ€, il mio pensiero era che se quelle a Watt costavano di più voleva dire che erano più forti e quindi una da trenta sarebbe stata più che sufficiente. Quando la sera la accendemmo, mio padre pensò che era fulminata perché la stanza invece di illuminarsi era diventata più buia.
Tornando al mio esame, anche qui mi difesi strenuamente per arrivare a prendere anche il minimo. Decisi la mia tattica: avrei improvvisato.
Il prof. disse: “Mi parli del motore asincrono trifaseâ€.
Silenzio. Nessuno, nemmeno nelle file in fondo, parlava. Tutti mi fissavano, io sentivo sul mio volto i loro sguardi e anche l'allegro alternarsi di tutti i colori dell'iride.
Il mio cervello lavorava alacremente, non certo per cercare la risposta ma per trovare qualcosa da dire o fare per guadagnare tempo in attesa di un colpo di genio o di qualche suggerimento. Guardai i miei compagni e capii, con mia grande disperazione, che avrei potuto solo sperare in un mio colpo di genio.
Appena mi girai verso di loro, infatti, non ebbero il coraggio di guardarmi: a cinque di loro stranamente cadde la penna per terra e dovettero chinarsi a raccoglierla, altri quattro si girarono di scatto a guardare fuori forse attratti da qualche uccellino, altri facevano finta di leggere gli appunti, uno di loro fingeva palesemente perché aveva il quaderno capovolto.
Sicuramente le ultime cose che mi sarebbero state d'aiuto erano proprio gli appunti dei miei compagni come del resto i miei. Quelli che noi chiamiamo appunti non sono altro che una serie pressoché ininterrotta di formule e strani disegni che si susseguono senza essere mai chiariti da un piccolo commento o da un titolo che spieghi almeno quale sia l'argomento.
Ci sono varie tecniche di seguire le lezioni e prendere appunti. La maggior parte di noi copia solo ed esclusivamente quello che il docente scrive alla lavagna. Mentre questo spiega ciò che ha scritto noi continuiamo a fare cenno di si con la testa come se tutto sia realmente chiaro (mentre invece le nostre menti vagano nell'infinito). Altri non si preoccupano nemmeno di salvare le apparenze e, mentre il professore parla, quando, non si addormentano, passano il tempo ad adornare il quaderno con tanti disegnini: stemmi di squadre di calcio, donne nude, fiorellini ecc...
I più sportivi organizzano col compagno di banco avvincenti partite a "tris" o a "battaglia navale". Alcuni, per risparmiare, usano un solo quaderno per tutte le materie. Solitamente quando comincia una lezione scordano di scrivere di quale materia si tratti, in questo modo la serie di formule si fa ancora più oscura e misteriosa. Una volta ci fu uno studente che in un esame scritto di Idraulica usò tutte le formule di elettrotecnica, fu stranamente promosso ma il docente fu prontamente ricoverato.
Infine ci sono quelli che non prendono appunti ma seguono dal libro di testo e solitamente ci mettono due ore per capire a quale capitolo siano gli argomenti trattati.
Quando distolsi lo sguardo dai miei cari compagni mi accorsi che il professore teneva il suo su di me e che aveva sul volto un espressione come se davvero si aspettasse una risposta. Mi girai verso la lavagna e mi accorsi che era tutta scritta e sporca di gesso. Avevo finalmente l'occasione di perdere un po' di tempo e pensare.
Afferrai il cancellino: ogni più piccola particella di gesso in ogni centimetro quadrato di lavagna fu da me accuratamente rimossa, ora era così pulita come forse non lo era mai stata. Notai, inoltre, che c'era una sola stecchetto di gesso, con un'abile mossa da prestigiatore riuscii a metterla in tasca e dissi:
“Non c'è gesso, vado a prenderlo?â€.
Sperai che mandasse me. Dopo averci pensato su, il prof. mi diede il permesso di andare. Uscii, avevo poco tempo per riflettere. Chiusi la porta alle mie spalle, alzai gli occhi e vidi materializzarsi davanti a me come per miracolo Gaspare.
Per noi Gaspare non è un essere umano, è un'entità superiore. Noi non riusciamo a passare un esame se non al sesto o settimo tentativo, lui li passa tutti col massimo dei voti e alla prima botta. Noi passiamo il tempo in facoltà a bighellonare per i corridoi o al bar, lui, se non è a seguire una lezione, è in biblioteca (luogo a noi sconosciuto) a studiare o a fare ricerche. Noi prepariamo l'esame in cinque giorni (nel senso che nei cinque giorni prima dell'esame per circa mezz'ora al giorno leggiamo qualcosa dei nostri appunti), lui per un mese e mezzo prima dell'esame studia dalle otto alle dodici ore al giorno consultando tutti i testi possibili e arrivando non solo a sapere tutto ma anche a capire tutto. Noi, nell'estate del '94, non pensavamo ad altro che a mandare a fare in culo Arrigo Sacchi e ad esaltarci per Roberto Baggio, lui preparava l'esame di Analisi Matematica che puntualmente passava col massimo dei voti.
Lo presi sottobraccio e trascinandolo con me gli dissi: “Dimmi tutto quello che sai sul motore asincrono trifaseâ€. Mi guardò in maniera un po' strana ma, continuando a camminare, cominciò a parlare. Arrivammo a prendere il gesso, tornammo davanti alla porta dell'aula e lui non aveva smesso un attimo di spiegare e io non avevo capito una sola parola.
“Grazie, ma ora devo entrareâ€, lo interruppi.
“Ma questa che ti ho detto era solo l'introduzioneâ€, mi rispose.
Lo guardai con un misto di disperazione e odio, ormai ero rassegnato ed entrai.
Tornai vicino alla lavagna e giocai la mia ultima carta: “Qual era la domanda?â€, speravo l’avesse dimenticata.
“Motore asincrono trifaseâ€. Non l'aveva dimenticata.
Adesso dovevo per forza dare una risposta. Dopo averci pensato un po' su, scrissi sulla lavagna l'unica formula che ricordavo dai miei penosi appunti: V=RI, che per me non era altro che la sequenza di tre lettere dell'alfabeto ma che sicuramente aveva un suo significato.
“E questa formula cosa c'entra?â€, mi chiese, come una strana luce negli occhi, il professore.
“Ehm cioè, che... il motore sincronizzato...â€.
“Asincrono!â€.
“Asincrono sfasato... >
“Trifase!â€
“...Trifase, ha la V che è uguale a Rlâ€.
“Lo sa questo argomento oppure no?â€.
“Si...insomma, non l'ho capito molto beneâ€.
“Senta, lei è la quarta volta...â€
“La quintaâ€, ci tenni a precisare.
“E’ la quinta volta che tenta questo esame e io pur di non rivederla più la promuoverei, ma una risposta almeno me la deve dare: mi dica la legge di Ohmâ€.
“Dunque, allora...la legge di...? Non ho capitoâ€. Avevo capito benissimo.
“Ohmâ€.
“Ah, si, si...la so...dice che...â€.
Feci finta di sforzami per un po' di tempo e poi dissi:
“Non me la ricordoâ€, la sincerità paga sempre.
“La legge di Ohm è quella che ha scritto prima alla lavagnaâ€.
“Professò, così non vale!†ero contrariato, era stato scorretto.
“Se ne vada e torni solo quando avrà studiatoâ€, sembrava un po' alterato.
“Professò, magari un'altra domandaâ€.
“SE NE VADAAAA!!!â€, era effettivamente alterato.



