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Come ricordarsi di essere vivi secondo Joe Strummer, i Clash e Paolo Nori

di Valerio Millefoglie
| Storie di Smemo | Libri e Fumetti | Storie di Smemo | 0 commenti

Ho preparato una sola domanda per l’autore. A questa, è seguita una sola risposta. Buona lettura.

“Ricordiamoci che siamo vivi” è il titolo del racconto scritto da Paolo Nori per la Smemo 12 mesi 2014. Un uomo con un trauma cranico ci parla della sua vita in quei giorni d’ospedale.

Valerio: Conosco gli ospedali. Anche i sotterranei, dove ci sono le macchinette del caffè e gli impresari delle pompe funebri. Uno di loro, dopo avermi mostrato una varietà di bare e aver scelto insieme il servizio a me più consono, mi ha mostrato sul telefonino la foto di sua figlia appena nata. È stata una delle esperienze più strane in quei giorni di lutto. Un’altra volta, qualche settimana fa, mi sono ritrovato di sera nella chiesa di una clinica. C’era un organo. L’ho acceso e ho iniziato a suonare. Ho scelto il tastino con l’effetto chorus. Subito si sono sentite tantissime voci anche se non c’era nessuno. La cosa mi ha inquietato e sono scappato dalla mia stessa ombra. Un’altra volta ancora, ho conosciuto un uomo che dormiva tutto il giorno con la televisione accesa nella sua camera di degenza. Se la spegnevo, si svegliava dicendomi che la stava guardando. Per dormire aveva bisogno di volume. C’è un’umanità negli ospedali che fuori sembra non esistere. Ricordo quando il 27 marzo del 2013 ho letto l’ANSA: “È in gravi condizioni dopo un incidente stradale lo scrittore Paolo Nori, 50 anni, nato a Parma ma abitante a Casalecchio (Bologna), ricoverato in rianimazione all'ospedale Maggiore per un trauma cranico severo”. Mi sembrava una cosa impossibile, forse perché si cerca sempre di tenere la morte e la malattia separate dalla propria sfera di conoscenze. Anche di conoscenze lontane. Lontanissime. Probabilmente non tanto per bontà quanto per egoismo. Sapere che qualcuno che conosci sta male, ti fa sentire più vulnerabile. Di buono c’è che l’ospedale ci ricorda che siamo vivi, se ne usciamo. La quotidianità tende a farcelo dimenticare. Per star bene dovremmo auspicarci di finire almeno una volta all’anno in clinica. Ad ogni modo, vorrei farti una domanda. Una sola. Ed è questa: il titolo del tuo racconto è ispirato a una frase che diceva Joe Strummer negli ultimi anni di vita, “Ricordatevi che siamo vivi”; quali sono, oltre all’ospedale, le cose che ti aiutano a ricordarlo?

Paolo: Intanto che mi mandavi la domanda, ho scritto un pezzetto che si potrebbe intitolare Pon pon, ed è un pezzetto che, quando ho letto la tua domanda, ho avuto l’impressione che quella che avevo appena scritto fosse una risposta sensata alla tua domanda.


A me, quando ero piccolo, mi sembrava naturale che le sciarpe fossero scozzesi, e i maglioni a rombi, e che avessero le trecce, e che le gonne avessero le pieghe, e che i maschi adulti fumassero le sigarette, e bevessero gli amari, e andassero a vedere le partite di calcio, che la domenica si andasse a messa, che a Natale ci si facessero i regali, che l’ultimo dell’anno si bevesse lo spumante, che le scarpe si portassero a risuolare, che i pavimenti andassero lucidati, che i telefoni avessero i fili, che gli appartamenti avessero i corridoi, che le cuffie avessero il pon pon, che la domenica si mangiasse il manzo, che a colazione si bevesse il caffelatte, che le poesie avessero le rime, e che i libri avessero le figure, che la forchetta avesse quattro rebbi (che sono i denti della forchetta), che per dormire ci si mettesse il pigiama, che ci si vergognasse a piangere in pubblico, che per lavorare ci volesse un posto di lavoro; dopo, quando son diventato grande, ho cominciato a usare delle sciarpe a tinta unita, e non ho più maglioni a rombi, o con le trecce, e la maggior parte delle gonne che vedo in giro sono senza pieghe, e buona parte dei maschi adulti han smesso di fumare, e son degli anni che non vedo più nessuno bere un amaro, e le partite di calcio per me sono quei giorni che cambiano i tragitti degli autobus, e non mi ricordo l’ultima volta che sono andato a messa, e a Natale continuo a fare dei regali, ma saran dieci anni che non bevo dello spumante, e forse di più che non vedo una lucidatrice, e forse ancora di più che non porto a risuolare un paio di scarpe, e i miei telefoni son tutti senza fili, e di corridoi a casa mia non ce ne sono, e le mie cuffie sono senza pon pon, e a casa mia, la domenica, si mangia come il lunedì, e il caffelatte non so più neanche com’è pitturato, e so molte poesie senza neanche una rima, e quasi tutti i libri che ho son senza figure, e le mie forchette hanno tre rebbi, e funzionan bene, e metà delle volte dormo senza pigiama, e non mi vergogno a piangere in pubblico, e lavorare, lavoro dove capita, e la mattina, quando mi sveglio, la prima cosa che mi chiedo è «Cosa facciamo oggi?», e certi giorni mi sembra che sia vera quella cosa che diceva un gruppo punk che si chiamavano The Clash che il loro slogan era «The future is unwritten», «Il futuro non è scritto», e certi altri giorni mi viene in mente un signore di cui parla Šklovskij che per quindici anni, a andare a lavorare, faceva la stessa strada, e leggeva tutti i giorni un’insegna con la scritta: «Grande scelta di zingari», e si chiedeva: «Ma chi può aver bisogno di una grande scelta di zingari?». Poi, quando, un giorno, l’insegna era stata tolta e appoggiata al muro lui aveva letto, finalmente: «Grande scelta di sigari». E quello che dobbiamo fare, secondo Šklovskij, e anche secondo me, per quel che può valere, è spostare le insegne.

paolo nori
12 mesi
12 mesi con
intervista

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