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Diario di una donna diversamente etero-10

di Giovanna Donini
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Diario tragicomico di una donna diversamente etero. *Questo pezzo è volutamente senza foto, per protesta.

*Questo pezzo è volutamente senza foto. Per protesta. 

IL MARE NON C'è, MA IO LO VEDO LO STESSO

Marco aveva 12 anni.

Aveva i capelli ricci, biondi e bellissimi.

Voleva sempre giocare con noi al gioco delle modelle. A dire il vero, io non ci volevo giocare. Sara, Sonia, Miriam e Sandra qualche volta riuscivano a convincermi. Per me era un gioco noioso e straziante. Consisteva nel rubare vestiti e scarpe col tacco dall’armadio della mamma di Miriam, truccarsi e poi sfilare a ritmo di musica dance 80 come se fossimo top model di Armani e Versace. Si, più che altro eravamo tap model, basse e non proprio belle e soprattutto negate sui tacchi.

A dire il vero Marco era portato per questo gioco. Sapeva scegliere i vestiti più belli, truccarsi bene e sfilare con eleganza. Era decisamente più portato di me. Io più che le scarpe col tacco, preferivo le scarpe con i tacchetti. Amavo il calcio. Giocare con i maschi. Così, spesso, nel gruppo, io prendevo il posto di Marco e Marco prendeva il mio. Lui andava con le femmine e io con i maschi.

Quando dovevamo decidere le squadre, facendo la conta, c’era sempre qualche maschio che si lamentava per la mia presenza: “E’ una femmina…non può giocare in gonna…” e allora facevo di tutto per giocargli contro. Ci tenevo molto a fargli capire che i calci sulle palle e quelli di rigore si danno meglio se hai la gonna. Sei più comodo, forse non lo sai.

Quando, invece, dall’altra parte del giardino, le femmine dovevano decidere in quale casa organizzare la sfilata e come truccarsi, Marco era quello più ascoltato. Le femmine lo adoravano. E lui sapeva come adorare le femmine.

E mentre io imparavo a tirare gomitate e pugni in area di rigore stendendo e malmenando il maschio di turno, Marco insegnava alle femmine come andare, senza inciampare mai, sul tacco 12, a ritmo di musica.

A fine partita io mi ero conquistata il rispetto di tutti. Nessuno osava giudicare la mia prestazione, anche perché quando segnavo sventolavo la gonna vistosamente provocando in svariati modi i maschi deboli di cuore.

A fine sfilata, Marco aveva le tap model ai suoi piedi, anzi ai suoi tacchi. Ed erano anni e momenti meravigliosi, per noi.

Poi siamo andati al Liceo.

Basta partite di pallone in giardino. Basta sfilate con i vestiti rubati alla mamma di Miriam. Basta giocare basta.

C’erano i ragazzi che guardavano le ragazze.

C’erano i duran duran.

C’era lo zaino con le scritte.

L’interrogazione di latino e greco.

C’era il sabato pomeriggio in piazza dei Signori. La domenica in discoteca fino alle sette di sera.

La pizza in compagnia.

Le ragazze che baciavano i ragazzi.

Io.

Marco.

Io. Che continuavo a baciare ragazzi, ma senza mai perdere la testa.

Marco.  E un gruppo di ragazzi sfigati e bulletti che lo prendevano in giro. Di continuo. Perché lui non aveva la ragazza. Perché lui era il migliore amico di tutte le femmine. Perché lui si vestiva stravagante. Perché lui non ruttava in classe. Perché lui sapeva truccare le femmine. Perché lui non giocava mai a calcetto. Perché lui aveva la voce dolce. Perché lui sapeva cantare. Perché lui sapeva ballare benissimo. Perché lui si lavava. Perché lui andava a scuola in bicicletta e non con il ciao truccato.

Io. Ero amica di maschi buoni, ma che sapevano menare bene se serviva. A volte, se mi capitava di vedere Marco in difficoltà pressato da quel gruppo, pigliavo amici e rabbia e gli stavamo intorno per proteggerlo. A volte, ma spesso, lui era solo. Gli sfigati si muovevano con furbizia, mica quando noi eravamo in zona. E lo maltrattavano. Una volta l’ho visto piangere alla fermata dell’autobus: “Che succede?” gli ho chiesto “Ho la sabbia negli occhi…” mi ha risposto, ma nella mia città il mare non c’è.

Il 17 gennaio di un anno bisestile e maledetto, Marco è morto in un incidente stradale. Prima di uscire di casa aveva scritto una lettera rabbiosa e illuminata ai genitori: “Ogni giorno qualcuno mi ferisce perché non ho mai baciato una ragazza, perché non scrivo wlafiga sui muri della città, perché non faccio a botte con i maschi e non guardo le partite di calcio, ma io non smetterò mai di essere quello sono, non smetterò mai di lottare per essere quello che sono, non smetterò mai di essere felice di essere omosessuale, in questa città il mare non c’è, ma io lo vedo lo stesso…vi abbraccio. Ps. Papà, prendo la tua macchina per farmi un giro. Mamma, ti rubo le scarpe col tacco 12 solo per qualche ora. Torno presto, vi voglio bene.”

In questa città il mare non c’è, ma io lo vedo lo stesso.

In questa città il mare non c’è, ma io lo vedo lo stesso.

In questa città il mare non c’è, ma io lo vedo lo stesso.

 

 

    

  

 

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