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Diario di una Donna Diversamente Etero - 15

di Giovanna Donini
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Per sempre nel 1990

Qualche tempo fa avevo 17 anni. Avevo 17 anni nel 1990.

Avevo i capelli lunghi e mossi. E, spesso, uscivo con la testa bagnata. Mia madre mi urlava dalla finestra: “Asciugati i capelli, altrimenti un giorno morirai!”. Ma chi, come me, aveva 17 anni nel 1990, non era solito pensare al futuro. Esisteva solo il presente.

“Dove vai?”

“Esco!”

“Hai studiato per domani?”

“Domani!”

“Asciugati i capelli, altrimenti un giorno morirai…”.

Nel 1990 io non facevo, mai, programmi a lungo termine. Se qualcuno mi faceva una domanda sul mio futuro, tipo: “Come vedi il tuo futuro?” io rispondevo senza esitare: “Sabato pomeriggio andiamo in piazza”. E poi, chi come me aveva 17 anni nel 1990, non era solito usare il pronome personale di 1ª m. e f. singolare: io. Esisteva (quasi sempre) solo il pron. pers. di 1ª m. e f. pl.: noi.

“Cosa fai?”

“Usciamo…”

“E chi siete?”

“Noi!”

“Noi chi?”

“Sempre noi!”

“Asciugati i capelli, altrimenti un giorno morirai…”

A mia madre piaceva ricordarmelo in ogni momento, ma quel giorno mi sembrava lontano e, soprattutto, impossibile. Avevo 17 anni, nel 1990, e avevo una testa abbastanza dura e, a questo punto, aggiungerei bagnata. Avevo diversi amici.

E tre amiche per sempre.

Si, perché la cosa strana era questa: si viveva attimo dopo attimo, giorno per giorno, si programmava la vita al massimo fino al sabato sera, si usava il noi e raramente il tu, ma le amiche, le tue amiche, quelle che ti avevano scelto e che avevi scelto tu, erano e dovevano essere per sempre. Loro erano il tuo unico progetto a tempo indeterminato. Per sempre.

Noi quattro eravamo cresciute insieme. Abitavamo in quattro case alte, bianche e vicine. Sulla stessa strada. Con lo stesso cancello d’entrata, lo stesso giardino verde davanti e, quindi, sotto lo stesso cielo. E per ricordarci che la nostra amicizia sarebbe stata per sempre, la notte del 24 dicembre del 1990 ci siamo regalate lo stesso braccialetto d’argento con incisa l’imprevedibile scritta: amiche per sempre. Però, se avevi 17 anni nel 1990, e ti mettevi (nel senso che baciavi per una sera di seguito qualcuno) con un ragazzo e questo, subito dopo, ti diceva: “Ti va di stare con me per sempre!?” era quasi obbligatorio lasciarlo, perché: “Per sempre??? Ma tu sei pazzo, per sempre non esiste!!!”. L’amicizia poteva essere per sempre, ma l’amore quasi mai.

Noi quattro eravamo amiche per sempre.

Un giorno, una mia amica per sempre (la “più per sempre” di tutte) mi dice che aveva conosciuto una nuova compagna di classe simpaticissima, bellissima, dolcissima, insomma molto… issima che lei avrebbe voluto assolutamente farmi conoscere.

“Potrebbe diventare una nostra amica per sempre”

“Dici?”

“Si, perché lei è simpaticissima, bellissima, dolcissima…”

“Davvero? Non vedo l’ora di conoscerla…”

“Asciugati i capelli, altrimenti sabato morirai…”

 

Si, perché, a dire la verità, con una piccola variazione temporale sul tema, non me lo diceva solo mia madre. Qualche giorno dopo siamo andate tutte insieme alle Fiere di San Luca. Un grande Luna Park, nella città, che dura quindici giorni e che se non odi il Luna Park ti diverti pure. Io, però, ho sempre odiato il Luna Park. Odio le montagne russe. Mi viene da vomitare anche solo quando passo dalla strada al marciapiede, anche solo quando scendo da un letto a castello, anche solo quando prendo l’ascensore, figuriamoci con le montagne russe. Odio la ruota panoramica. Ci vai per guardare il panorama, ma di solito dal punto in cui si trova la ruota si vedono solo parcheggi e bidoni della spazzatura. Odio il labirinto di specchi. Se non era per una mia amica, una volta, sarei rimasta bloccata là dentro per sempre, io mi perdo in casa, figurati dentro ad un labirinto. Odio il castello fantasma. Tutto il giro lo fai con gli occhi chiusi per non morire di paura, quindi che ci sei entrato a fare? Odio il tagadà. Se non ti tieni, vieni sbattuto qua e là. Vinci se non ti rompi il femore e se non fai incazzare qualcuno che hai usato, strappandogli la giacca, per tenerti. E poi, soprattutto, odio il vascello pirata. C’è sempre qualcuno che, prima di salire, ti racconta la leggenda di quella volta che si sono aperti i maniglioni, mentre il vascello andava a tutta velocità, e la gente è rimasta viva per miracolo. Io odio il Luna Park, ma alle amiche per sempre non si diceva mai di no, quindi quel giorno, contro voglia, ero al Luna Park, quando all’improvviso, in mezzo alla gente (tanta gente) vedo una ragazza simpaticissima (perché si vedeva), bellissima, dolcissima. Issima. Se avevi, come me, 17 anni nel 1990, avevi anche già capito la differenza tra bacio con la lingua e bacio con farfalle nello stomaco, tra leggera simpatia e miracolosa magia, tra l’album capolavoro degli U2 The Joshua Tree dell’87 e quello semplicemente carino di Nick Kamen, intitolato Nick Kamen, dello stesso anno. Avevi già capito, ma magari, come me, non avevi ancora capito quanto esattamente fosse essenziale e sostanziale la differenza.

Lei aveva i capelli diversi dal resto del mondo. Gli occhi diversi. La faccia diversa. Il modo di camminare diverso, il sorriso diverso. E, in mezzo alla folla, sembrava guardare solo me, in modo diverso. Io, di sicuro, guardavo solo lei. Come se gli occhi non potessero più andare altrove.

Lei aveva 17 anni, come me, nel 1990. E, tra la folla, sembrava volere raggiungere solo me. La mia amica, più per sempre di tutte, era appena scesa, viva,dal vascello pirata quando: “Eccola, sta arrivando la mia nuova compagna di classe, adesso te la faccio conoscere”. Io, però, continuavo a guardare lei e non avevo nessuna intenzione di spostare lo sguardo che, per altro, sembrava essere ricambiato.

Infatti, lei e il suo sguardo avanzavano verso di me con passo deciso. Voleva me. Cercava me. Credevo. Tutte le volte, ma in particolare la prima, che l’amore ti da appuntamento da qualche parte, la tua parte razionale ti abbandona completamente. Ti abbandona come il bambino che lascia il palloncino per errore e quello fa giri strani perdendosi in cielo. Non sai più niente, nemmeno quanto fa uno più uno.

Io guardavo lei.

Lei guardava me.

Noi eravamo sempre più vicine.

La mia amica più per sempre di tutte diceva: “Eccola, è lei!”

Lei era l’altra. Era la stessa. Era la nuova compagna di classe. Quella ragazza issima che avrei tanto dovuto conoscere. Si, ma per me lei era solo lei, quella che io non potevo smettere di guardare.

“Piacere, mi chiamo G.”

“Piacere, io, invece, mi chiamo G.”

“A. mi ha parlato tanto di te…”

“A. ha fatto lo stesso con me…”

Dice A:

“Dai andiamo tutte sul tagadà…”

“No, io odio il luna park…”

“io pure…”

 “Ok, aspettateci qua…dai G, fai ridere G, altrimenti non

vorrà mai diventare una nostra amica per sempre…”

Rimaste sole, credo che un attimo di silenzio sia durato due anni. E poi mi è venuto il coraggio di non dire niente.

“Tu sei, tu hai, tu cosa, tu sai…ti ho visto prima là in fondo, fa caldo o freddo? Bello, bella, figo il maglione, le scarpe che hai… come stai?”

“Asciugati i capelli, altrimenti sabato prossimo rischiamo di non rivederci…”

 To be continued...

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