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Diario di una donna diversamente etero - 9

di Giovanna Donini
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Forse, un giorno

La prima volta che l’ho vista, l’avevo già vista. Forse in un sogno. Forse in un’altra vita. Forse sui libri di scuola. L’avevo già vista. E avevo, perfino, la sensazione di averci già fatto l’amore. Due ore. Per questo motivo quando l’ho vista la prima volta, senza che nessuno mi dicesse chi fosse e, soprattutto, chi sarebbe stata, le ho detto: “Ti è piaciuto?”. Lei non mi ha risposto, ma si è accesa una sigaretta. Buon segno. Poi è entrata in classe.

Era la mia insegnante di filosofia. Aveva gli occhi verdi. E i capelli rossi. Era una stronza.

Platone si avvale del dialogo perché lo ritiene l'unico strumento in grado di riportare l'argomento alla concretezza storica di un dibattito fra persone e di mettere in luce il carattere di ricerca della filosofia, elemento chiave del suo pensiero. Egli vuole inoltre evidenziare col ricorso al dialogo la superiorità del discorso orale rispetto allo scritto”. Diceva lei. “Prof. non ho capito!”. Chiedevo io, per farmi notare. “Prendete carta e penna scrivete: Egli vuole inoltre evidenziare col ricorso al dialogo la superiorità del discorso orale rispetto allo scritto”. Ripeteva lei stizzita. “Prof…ma se il discorso orale è superiore al discorso scritto…perché ci obbliga a scriverlo?”. Chiedevo io, per farmi notare. Infatti, lei mi notava e, di conseguenza, mi odiava. Lei mi odiava e io l’amavo. Più mi odiava, più io l’amavo.  Più io l’amavo e più mi facevo notare e, quindi, chiedevo. “Kant: uno dei principali contributi della dottrina kantiana è l'aver superato la metafisica dogmatica operando una rivoluzione filosofica tramite una critica della ragione che determina le condizioni e i limiti delle capacità conoscitive dell'uomo nell'ambito teoretico, pratico ed estetico”. Diceva lei. “Prof…Si, ma esteticamente lui com’era: bello, alto, biondo, insomma com’era???” Chiedevo io, per farmi notare.

Lei mi odiava. Non avevo speranze a differenza di Federica, la mia compagna di banco. A lei piaceva Federica. Solo e soltanto Federica. In effetti, Federica era molto bella e non faceva niente per farsi amare e niente per farsi notare. Lei se ne stava là, nell’ultimo banco in fondo, vicino alla finestra, attaccato al mio. Timida, silenziosa, dolcissima, scarsissima in filosofia. Non capiva niente. Odiava tutti quei pensatori, secondo lei, “fancazzisti che, invece, di andare a guadagnarsi il pane se ne stavano al bar (?) a parlare, a pensare, ore ed ore, pensieri contorti… vuoi mettere Achille, Ettore?… loro si che erano dei fighi”. “I pensatori andavano al bar, bevevano la coca-cola?” chiedevo io, per farmi notare. Ma la stronza amava solo lei. Entrava in classe e guardava Federica. E se Federica non c’era, interrogava tutti per sfogarsi. E dovevi essere molto bravo e molto preparato per prenderti un bellissimo 4più più che era il voto più alto che riusciva a dare se Federica non c’era. Lei amava Federica. In classe avevamo capito che tutto dipendeva da Federica. Per questo avevamo fatto fare una gigantografia con la sua faccia e quando non c’era veniva appesa vicino alla finestra. Per questo obbligavamo Federica a venire a scuola anche con la febbre e i pidocchi. E lei, per amore nostro, lo faceva. E per amore nostro, molto spesso, Federica si faceva anche interrogare offrendosi, più o meno, volontaria. Tanto sapeva che qualsiasi cosa avesse detto alla stronza le avrebbe comunque fatto conquistare un bel sette meno meno che era il voto più basso che la stronza riusciva a dare a Federica quando non portava la minigonna. La sua non era una semplice preferenza, ma vero e proprio amore che raggiungeva la sua massima espressione durante le interrogazioni. Non erano interrogazioni; erano sguardi, ammiccamenti, richieste, desideri e, soprattutto, orgasmi mancati o mal celati. 

Lei: “Federica, tesoro, parlami di Kant…”

Federica: “No, le parlerò di Platone! Platone… è stato un filosofo greco antico…”.

Lei: “Brava…bravissima…e adesso vorresti gentilmente parlarmi di Eraclito?”

Federica: “No, le parlerò ancora di Platone! Platone era nato ad Atene…”  

Lei: “Brava, bravissima…esatto…e adesso, visto che sarai stanca, parlami di un argomento a piacere…”

Federica: “Si, io le parlerò di Platone! Platone era un mito!”

Lei: “Brava, bravissima: Sette meno meno…tesoro mio…”.

Era palese, era evidente: quello era un vero e proprio e maledetto amore platonico.

Io soffrivo. Ma ero, esattamente, come lei: amavo chi non mi amava. “Si desidera infatti soltanto quello che non si ha, e l'uomo tende ad una sapienza della quale si ricorda vagamente, ma di cui in realtà è povero”. Sosteneva Platone, insegnava lei, studiavo io. “L'uomo non desidererebbe con tanta forza una tale verità se non l'avesse mai vista, se non fosse certo che esiste. In tal senso, non solo si desidera quel che non si ha, ma di più si può affermare: si desidera soltanto ciò che non si ha più, che si è perso”. Sosteneva Platone, insegnava lei, studiavo io. Confondendo e mischiando concetti su amore e verità.

E, nel frattempo, mi diplomavo portando, all’esame di maturità, italiano e, guarda caso, filosofia.  E mentre io in filosofia prendevo sette meno meno, perché ad interrogarmi non era lei, ma un'altra prof, Federica prendeva quattro più più perché ad interrogarla era un’altra prof e non lei.

Sette anni dopo la maturità entro in un locale gay e seduta in fondo, nell’ultimo tavolo, vicino alla finestra c’è lei: la mia prof.

La vedo, mi vede, ma io non mi avvicino. Non vorrei che mi interrogasse ancora. Non si sa mai. Viene lei. Imbarazzo.

“Anche tu qui?” dice lei. “Anche io si!” dico io. Pausa e poi: “E Federica?”. Gli amori platonici non si scordano mai, forse perché non hai avuto modo di stropicciarli abbastanza. Pausa, sorrido e poi: “Federica è la mia fidanzata…da sette anni… stasera è a casa, ha la febbre”. La stronza perde la voce, la faccia e il cuore e poi mi saluta.

Forse un giorno scoprirà che, in realtà, Federica è sposata con Marco, ha un figlio bellissimo, insegna biologia, è molto felice ed ha un gatto che si chiama…Platone. Forse un giorno.

 

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