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Epitaffi per sentirsi vivi. Intervista a Raul Montanari

di Valerio Millefoglie
| Storie di Smemo | Libri e Fumetti | Storie di Smemo | 0 commenti

Giusto poche parole per questa introduzione: il racconto scritto da Raul Montanari per la Smemo 12 Mesi 2014 s’intitola “Mai di aver taciuto” e parla in qualche modo del silenzio.

Com’è nata l’idea?
Da una conversazione a letto con la mia fidanzata Valeria, identica a quella che viene narrata nel racconto stesso.

Il racconto comincia citando gli epitaffi di Sofocle, Silla e Hitchcock. Come mai hai scelto proprio questi?
Anch’io, come il protagonista, sono affascinato dagli epitaffi voluti dai defunti, dalle parole che gli uomini lasciano volontariamente di sé, e questi tre personaggi ne hanno scritti di strepitosi. In Sofocle, che si definisce “fortunato e felice”, colpisce il contrasto col fatto che lui, come drammaturgo, fu un grande esploratore dell’infelicità umana. Silla l’abbiamo detestato tutti perché preferivamo Mario, ma il suo testamento funebre è una perfetta sintesi di saggezza pagana. Quanto a Hitchcock, mi colpisce sempre in lui quel tocco infantile che forse dev’esserci in un vero artista. E’ il fanciullino del Pascoli, magari un po’ sovrappeso.

Incuriosito da questo incipit mi sono perso in rete alla ricerca di altri epitaffi, ho scoperto anche un libro di Indro Montanelli, “Ricordi sott'odio. Ritratti taglienti per cadaveri eccellenti”, epitaffi di persone ancora in vita, e mi sono ricordato del bel "Cartoline dai morti" di Franco Arminio, epitaffi post-mortem. Sono passato poi da quello di Bukowski (Dont’ try) a quello di Funari (Ho smesso di fumare), da quello immaginato ancora in vita da Carmelo Bene, citando de Sade (Mi ostino a vivere perché anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi) a quello di uno sconosciuto (Sono qui contro la mia volontà). Ho notato che leggendo gli epitaffi degli altri cercavo in qualche modo la vita che vorrei io. Un riconoscermi in quelle ultime parole così forti e definitive. Quali potrebbero essere i tuoi epitaffi?
Eh, ci sarà l’imbarazzo della scelta! Al momento sono indeciso fra qualcosa di sublime, alla Borges (“Lascio il nulla a nessuno”) e una battuta di quelle folgoranti, un ultimo sberleffo alla morte. Per esempio: “Torno subito”!

Annarita Briganti su La Repubblica ha scritto riguardo al tuo romanzo Strane cose, domani: “Montanari ha definito il suo romanzo “postnoir”, evoluzione del vendutissimo e forse stanco noir: tolti commissari e serial killer, restano temi (la morte come ultimo conflitto), linguaggio diretto e suspense”. Si può dire che anche questo racconto abbia qualcosa del postnoir? La vittima è la relazione di coppia, il colpevole il mondo del lavoro e l’arma del delitto il silenzio che si insinua.
È molto giusto quello che dici. Cerco di raccontare qualsiasi cosa, anche l’elenco del telefono, con la tensione di un noir, e per questo le mie cose possono piacere o non piacere ma si leggono sempre fino in fondo.

Da dove sei partito per delineare la coppia protagonista?
Prima eravamo io e la mia fidanzata. Poi sia il protagonista sia la sua Giulia sono peggiorati nella mia immaginazione: lui in fondo è un opportunista, Giulia una ragazza un po’ opaca. E’ la situazione a essere affascinante.

Quanto è importante tacere per chi lavora con le parole? Tacere per ascoltare gli altri, tacere anche sulla carta lasciando solo l’essenziale.
È una delle cose più importanti e più difficili. La narrativa è fatta di scelte perché non si può mai raccontare tutto, annoiando il lettore con dettagli superflui; quindi quello che lasci fuori è importante quanto quello che metti dentro la pagina. Quanto all’ascoltare gli altri, cito ancora Borges, il grande scrittore cieco di Buenos Aires. Un giorno andarono a trovarlo degli intellettuali italiani e lui a un certo punto chiese: “C’è Calvino, qui con voi?”. “Sono qui” rispose Calvino. “Ne ero sicuro,” concluse Borges, “l’avevo capito dal silenzio.”

Dal 1999 insegni scrittura creativa. In tutti questi anni cosa hai imparato tu da chi vorrebbe esordire?
Ho imparato a non suonare a orecchio. A poter sempre spiegare a me stesso e agli altri cosa sto facendo mentre scrivo.

Ogni agenda è l’autobiografia di un anno della vita di una persona. Qual è stata la tua agenda più bella?
Quella del 2010. Credevo che non mi sarei mai più innamorato in vita mia. E invece, il 4 febbraio, è arrivata lei.

La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata di quest’ultima settimana?
Be’, mercoledì scorso. E’ stata una giornata normale fino alle cinque e venti del pomeriggio. Mi sono alzato, ho fatto la spesa, ho sbrigato corrispondenza, fatto ginnastica, pranzato. Poi ho letto e scritto, quindi sono uscito per andare al corso di scrittura creativa. Per la strada ho subito un’aggressione e un pestaggio per motivi assurdi, una lite a un incrocio. Dentro la routine c’è stata un’impennata improvvisa, come se la violenza di certe mie pagine mi fosse balzata alla gola.

Per saperne di più

Tutti i racconti di Raul per Smemo

Dal 2 gennaio i racconti della Smemo 12 mesi 2014 + extra saranno disponibili anche in ebook dal qr code che trovi nell'agenda ;)

Raul Montanari
12 mesi
12 mesi con

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