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Ghost in the shell

di Michele R. Serra
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Capolavoro anime diventa tamarrata hollywoodiana

Rupert Sanders

Ghost in the shell

Paramount Pictures

Nella storia di Hollywood, questa è l’epoca del riciclo: la quantità di remake, reboot e sequel è aumentata a dismisura, tanto che qualcuno dice che le idee nuove nel cinema ad alto budget non esistono più. Potrebbe non essere sbagliato.

Adesso, nella continua ricerca di storie da riciclare, i grandi studios hanno trovato i cartoni giapponesi. “Ci sono storie di culto? Allora le possiamo riciclare!", si sono detti. E dunque ecco qui Ghost in the shell - un superclassico dell’animazione giapponese anni Novanta, un capolavoro di quello che una volta si chiamava cyberpunk - che diventa film con attori veri. Ovviamente poi ci sono così tanti effetti speciali che la distanza da un cartone animato non è poi tanta.

Ghost in the shell è una storia di cyborg, e in questa versione hollywoodiana il cyborg protagonista ha le fattezze di Scarlett Johansson, cioè ha la faccia di Scarlett Johansson e un corpo simile a quello di una Barbie, cioè sembra nuda ma di fatto non ha niente. (Ok, non so perché ho concentrato la mia attenzione su questo argomento, quindi passiamo oltre.)
Ci sono state polemiche sul fatto che ci siano pochissimi attori orientali in questo adattamento di un anime giapponese (peraltro ambientato in una Hong Kong assolutamente riconoscibile, anche se pimpata dagli effetti speciali e resa futuristica). In realtà però, molto spesso i personaggi disegnati degli anime e dei manga nipponici hanno tratti piuttosto occidentali, quindi la cosa non stona più di tanto.

Quello che stona - per chi ha amato l’originale Ghost in the shell - è il fatto che l’anima del film sia qualcosa di completamente diverso. La pellicola del 1995 era una riflessione sullo spostamento del confine tra uomo e macchina, piena di domande e di dubbi, e per questo di mistero. Invece la versione 2017 se ne frega dei dubbi e del mistero, e funziona come un classico film d’azione fantascientifica costruito sugli effetti speciali. Se il titolo, Ghost in the shell, era un riferimento all’anima intrappolata in un corpo cibernetico, un fantasma dentro un guscio, oggi sembra davvero rimasto solo lo shell. Il ghost se n’è andato. L’anima del film se n’è andata.

Detto che questo remake è qualcosa di diverso rispetto all’originale, ciò non significa che non possa offrire soddisfazione agli occhi. Certo, alcune scene sembrano prese di peso dai videogame (Watchdogs!), altre ripropongono quel genere di scontri al rallentatore che ai tempi di Matrix sembravano nuovi ed eccitanti e oggi, ormai, mica tanto. Però il mondo in cui si muovono i protagonisti rimane coerente e credibile, grazie al lavoro sul design della città, sui vestiti, su tanti particolari. È un film che vive sullo stile, e per fortuna ne ha a sufficienza.

Poi io continuo a preferire l’originale. Ma i cartoni, si sa, sono sempre meglio.

fantascienza
Giappone
Cartoni animati

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