Giù la maschera: “La gente? Non capirebbe…”

di La Redazione

Storie di Smemo
Giù la maschera: “La gente? Non capirebbe…”

(Oggi la lettera l’ha scritta Andy, 19 anni)

Credo che il vero problema non sia mai stato quello di avere l’HIV, quanto il fatto di doverlo tenere segreto a tutti i costi.
Sin da piccola i miei genitori mi hanno detto di non dirlo a nessuno, mai. Quando hai quell’età non ti fai domande, obbedisci e basta. I problemi iniziano quando cresci, quando inizi a renderti conto delle cose.
Mi chiedevo perché non potessi dirlo, e la loro risposta era sempre la stessa: “la gente non capirebbe!”.
Riuscii a comprendere quell’affermazione solo in seconda media quando la mia professoressa di scienze facendo una lezione al riguardo esordì con: “l’AIDS se la prendono solo le persone cattive. Finché voi farete i bravi e sarete coscienziosi non vi potrà mai accadere!”. Tornai a casa in lacrime, sentendomi ferita e sporca. Giurai a me stessa che non l’avrei mai detto a nessuno. Ad un tratto avevo paura, come non ne avevo mai avuta. Avevo paura che gli altri potessero avere paura di me. Non è paradossale? Io non sono una cattiva persona, i miei non sono cattive persone, però a quanto pare questa sigla appare come uno stigma, un marchio che definisce chi ha vissuto bene e chi non lo ha fatto.

Iniziate le superiori le cose non fecero che peggiorare. Pur avendo incontrato persone fantastiche ed essermi fatta diversi amici mi sentivo comunque sempre più sola.  E questa solitudine si tramutò presto in rabbia, in una voglia di rompere tutto. Non perché ci tenessi particolarmente a dirlo a qualcuno, di mio penso di essere una persona piuttosto riservata, ma per il perché non potessi farlo!
Iniziai a scrivere per sfogarmi e funzionò per un po’, ma gli anni passavano e le cose si complicarono. Stavo con un ragazzo ormai da parecchio e di conseguenza mi sarei trovata presto a dovergli parlare della mia situazione. Ebbi paura. Quale sarebbe potuta essere la sua reazione? Mi avrebbe lasciata! Quale ragazzo a diciannove anni si sarebbe voluto ritrovare in una situazione del genere? E ancora una volta nessuno con cui parlarne…

Se non avessi avuto la mia migliore amica sarei implosa, sepolta dalla mia rabbia verso il mondo, verso i miei, verso questo schifo di virus che mi dovrò portare dietro per tutta la vita come un parassita.
Fu la disperazione per questa situazione e la paura di perdere il mio primo amore che mi portò a rivelarle tutto. Ebbi così paura… E se non mi avesse capita? E se l’avesse detto a qualcuno? Se mi avesse allontanata per la paura di essere contagiata o altro? Ma non accadde nulla di tutto ciò. Mi abbracciò e mi chiese dove fosse il problema. Non ho mai pensato che fosse una ragazza stupida e dentro di me sapevo che con lei sarei riuscita a parlare, ma ebbe una reazione del tutto inaspettata. Per lei non era un problema che io fossi così, che io fossi infetta dalla piaga dei tossicodipendenti e delle prostitute.

Sono cresciuta in un clima di terrore rispetto a questa cosa. L’HIV nella mia famiglia è sempre stato un tabù, una cosa di cui non parlare, di cui vergognarsi, da tenere nascosta perché ci avrebbe fatto apparire come “quelli che se la sono andata a cercare”, come “quelli sporchi”. Non voglio puntare il dito contro i miei per questo, avevano le loro ragioni per pensarlo. Vivere negli anni Ottanta e Novanta dove questa malattia mieteva vittime ovunque ed era un marchio per coloro che vivevano in maniera malsana la propria vita non ha certo reso più facile le aperture mentali.  Certo solo dopo si è iniziato a capire che non era esattamente così, ma orami era troppo tardi.

Naturalmente poco dopo ebbi il coraggio di dirlo anche a quello che era il mio ragazzo.
I miei si arrabbiarono tantissimo con me per aver detto a qualcuno della nostra situazione, ma alla fine compresero anche loro il perché della mia scelta.
Ad oggi ammetto di non riuscire ancora a parlarne di persona con qualcuno, a meno che le circostanze non lo richiedano assolutamente, ma certo ho un po’ più di fiducia per il mio futuro.

Ho fiducia nelle persone, voglio averne, perché gli anni di Philadelphia sono finiti ed è ora che l’HIV non sia più un tabù.

Mi sono sentita male con me stessa e col mondo, mi sono sentita sola, incompresa e arrabbiata da morire, ho avuto paura della paura degli altri, ho avuto paura di baciare qualcuno e di farci l’amore; vorrei poter dire che non ho più paura di niente ma sarebbe sia stupido che falso. La mia è una malattia sociale oltre che fisica, non v’è una cura per il virus in sé, ma ce ne può essere una per le relazioni: PARLARNE!

Voglio scrivere su questo blog non perché voglio che la gente sappia i cavoli miei, se no avrei usato il mio profilo FB  col mio nome, ma per parlare apertamente di questo problema che sembra essere sepolto sotto una canzone dei Nirvana perché sono stanca di dovermi sentire io in difetto con il mondo, sono stanca di dover lottare per le mie relazione e per giudizio della gente su di me o sulla mia famiglia. Ho diciannove anni e ho l’HIV perché ci sono nata così, perché i miei se la sono presa negli anni Ottanta come chissà quanti altri. È stata dura all’inizio, con le cure e il resto, ma oggi che posso vivere una vita lunga e tranquilla voglio poterlo fare!

Aprite gli occhi, gente! Prima c’era l’AIDS che faceva notizia per le morti, ora è rimasto il suo virus, l’HIV che infetta migliaia di persone l’anno, persone che il più delle volte non lo sanno e che rischiano di attaccarlo ad altri, persone che nel momento in cui lo scoprono si vedono portar via tutto: l’amore per prima cosa, la cosa più bella che ci sia nel mondo diventa improvvisamente quella ce fa più paura, provate ad immaginare cosa significa dire alla persona che ami “ho l’hiv!” e come si deve sentire chi riceve una notizia del genere. Le terapie si sopportano ma l’ignoranza, il pregiudizio e la paura sono più difficili.

Fate il test sempre e comunque, usate il preservativo, informatevi. Sono diciannove anni che convivo con questa cosa ormai, penso di sapere quello di cui sto parlando. Avere l’HIV non è uno scherzo e credere che “tanto non capiterà mai a me” è la cosa più stupida che si possa fare. Chi mi vede camminare per strada, chi mi parla, chi mi abbraccia non sospetterebbe mai di nulla, e chissà quanti altri sono nella mia situazione. Questa epidemia si può fermare. E allora fermiamola!

(Un ringraziamento speciale a S. Se non l’avessi incontrata non avrei mai avuto il coraggio di vivere la mia vita come sto facendo ora.)