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Il meglio dell'indie italiano per iniziare bene il 2013 - 2

di L'Alligatore
| News | Musica | Dalla palude dell'Alligatore | 0 commenti

Nell'anno nuovo, l'Alligatore ci racconta tutta la musica italiana che dovevamo ascoltare già l'anno vecchio

Ila & the Happy Trees, Believe it


“Believe it” è una ventata di aria fresca in una giornata umida e sudaticcia, o il calore di un camino in una giornata di pioggia. Insomma, un momento positivo, che dura lo spazio di dodici soffici canzoni. Alcune in inglese, tre in italiano, una in portoghese e qualcosa in genovese. Da queste prime note si potrà capire che siamo in piena world music, un pop virato verso il folk e veri buoni sentimenti.
Il disco si apre con la title-track, manifesto folkeggiante per un cambio di società forte, perché Ila crede in questo profondamente. Ironia e allegria nel pezzo seguente ”Tu generico”, mentre con “Sun” il disco trova la sua vena malinconica, grazie anche al violoncello dolente della svedese Katy Aberg. Malinconia presente pure nell’intensa “O ÇÊ”, scritta ed eseguita con l’italo-brasiliano Franco Çava (da antologia lo scambio linguistico tra il portoghese e il genovese). “Bolla” è il pezzo più intimo, dove Ila si mette a nudo, raccontando, con una splendida voce da cantante d’altri tempi, le sue debolezze. Gran finale con l’atmosfera calda e internazionale di “Wake me up” e il ritmo poetico di “Drop magic ocean”.
Prodotto chiedendo in Rete un contributo ai propri fans, “Believe it” è il secondo atto di Ila & the Happy Trees, e rappresenta un’evoluzione che nel tempo darà ancora ottimi frutti. Un connubio tra una poliedrica cantautrice con molte idee e tre ottimi musicisti da alcuni anni sulle scene. Come ciliegina sulla torta, l’entusiasmo di chi pensa positivo. Basta crederci.       
Ila & the Happy Trees, Believe it – Mokili/Edizioni Ishtar, 2012
www.ilamusic.it
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Valeria Caputo, Migratory Birds


Una voce nuova quella di Valeria Caputo, versatile cantautrice di Taranto di stanza in Emilia Romagna. Ed è questo e(migrare) proprio al centro del disco, a partire dal titolo, “Migratory Birds”, omaggio dichiarato al migrare, sia fisicamente, sia nella mente, nel tempo e nello spazio, all’interno e all’esterno.
Il disco contiene dieci originali pezzi d’incandescente folk-rock, scritti e cantati da Valeria con freschezza e forza seducenti: “The next train”, soave e sperimentale inizio del viaggio, con un ciuf ciuf di benvenuto, “December sun”, che colpisce subito e resta grazie ad un magico dialogo tra sax e chitarra, “Fly away”, blues acido con un clarinetto jazz, “Migratory birds” title-track sussurrata, mistica e sensuale (il suo solenne modo di cantare mi ricorda Billy Bragg), “The sea has told me”, lento e riflessivo voce e chitarra, scritto davanti alla neve pensando al suo mare pugliese.  
Per questo suo esordio Valeria ha scelto il crowdfunding, iniziativa dal basso sempre più in voga anche per la musica, sorta di azionariato popolare per supportare dal punto di vista economico la produzione discografica. Un’azione per diventare ricchi dentro e far iniziare bene il viaggio di Valeria, uccello migratore della musica.  
Valeria Caputo, Migratory Birds – Vintage Factory Records, 2012
http://www.valeriacaputo.com/
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Three Second Kiss, Tastyville


Nuovo disco per una delle band più autorevoli del nosie-rock di casa nostra. Da sedici anni a questa parte in prima linea sui palchi di mezzo mondo, con una stima sempre in crescita anche (e sopratutto) fuori dall’Italia, con “Tastyville”  giungono al loro album più piacevolmente psichedelico, a partire dalla copertina dal sapore di Africa, vista in modo visionario da Antonio Ligabue (è il noto “La tigre e il serpente”).
Visionari, attratti dal caldo del sud del mondo, bramato e annusato dalla via Emilia, sono pure loro tre, a partire da “Cartepillar Tracks Haircut”, sei tesi minuti con un acidissimo organo ad aprire le danze. Martellanti, senza perdere in acidità, nella successiva “The Sky Is Mine”, poetici/politici nel bel punk “A Catastrophe Outside”, raggiungono il vertice già con il quarto pezzo, “Maya”, caldo e declamatorio ricordo del cane da poco scomparso del batterista/organista Sacha Tilotta, qui anche nelle vesti di produttore.
Ottimi anche in “Vampirized”, pezzo saltellante dall’atmosfera calda e selvaggia, nel neo-grunge “Don’t Dirty My Heart”, dove la band suona come un solo uomo e nel gran finale lento ed ipnotico “Mood Red”, con la chitarra e voce al massimo della forma.
Concepito negli ultimi quattro anni in giro per il mondo (il titolo deriva da una visione avuta in un motel Usa, dove al loro risveglio trovarono questa scritta gigantesca davanti alla loro stanza, Tastyville, la città del gusto, famosa marca di salsicce americane), è una delle piacevoli sorprese di fine anno. Da gustare possibilmente live, nel tour dentro e fuori Italia, che stanno portando avanti.  
Three Second Kiss, Tastyville – Africantape/Goodfellas, 2012
facebook.com/threesecondkiss
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Rio Mezzanino, Love is a radio


“Love is a radio”, per raccontare l’amore come una radiofrequenza: a volte si trova la sintonia, a volte il segnale è debole e va cercato, o lasciato perdere. Questa la semplice idea alla base del secondo disco sulla lunga distanza dei Rio Mezzanino, band di Firenze da sempre capace di fondere le arti, dal fumetto (Igort ad illustrare il loro esordio del 2008 “Economy with Upgrade”), cinema, doc, letteratura.
“Love is a radio” è pura musica, pensata, provata, tagliata e limata con determinazione nel corso degli anni. Lo si apprezza nel blues notturno di “Ghost song” (non è una traccia nascosta, s’intitola così), con sax magico e coro suggestivo (due cose che ritornano spesso), nel ritmo e tastiere acide di “Silver”, con archi nella parte centrale nati in studio quasi per caso, nella chitarra acustica tesa a costruire una storia per “My enemy JR”, nella perfezione di “Animal” dove tutti suonano/cantano come un uomo solo.
La quintessenza dei Rio Mezzanino la si trova però in “Get me down”, bello nella sua semplicità, con un ritmo di provenienza rudimentale e una melodia che cresce ascolto dopo ascolto. Come tutto questo album. Provate ad ascoltarlo, non smetterete più. Tutti dicono “Love is a radio”.  
Rio Mezzanino, Love is a radio – Burriccu records/Audioglobe, 2012
facebook.com/Rio-Mezzanino
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Massimiliano D’Ambrosio, Novembre


Torna l’impegno, torna la canzone con i contenuti, con storie d’Italia (o del mondo), scritte per lanciare un messaggio, ma anche per il gusto di fare musica. Bella musica. Quella di Massimiliano D’Ambrosio, cantautore romano di scuola Folkstudio, e si sente.
Un titolo dedicato ad un mese, “Novembre”, per raccontare i suoi 39 anni di vita, prima che arrivi a dicembre il quarantesimo, con le passioni, suoni, personaggi della sua storia personale, come quella della Storia con la esse maiuscola. Allora ecco un obiettore di coscienza israeliano che scrive alla madre in “Lettera dalla Palestina”, ecco il male oscuro, la depressione in “La sfida”, ecco Stefano Cucchi e la sua morte in carcere ancora tutta da chiarire in “Scese lenta l’ultima neve”, ecco una filastrocca ispirata da Garcia Lorca in “Il Re del mazzo”.
Chitarra acustica, violini, mandolini, corno francese, bombardino, trombone, ma anche chitarre elettriche e basso, rhodes, fisarmonica, clarinetto, strumenti spesso e volentieri suonati da donne. E sono molte le donne narrate nel disco, a partire dal pezzo messo proprio in apertura, “La ballata delle donne” da una poesia di Edoardo Sanguineti, nostro gran intellettuale da ricordare, fino ad arrivare a “Rosa” adolescente che va al mare e tutti si voltano a guardare (l’avrebbe potuta scrivere De André).
Prodotto da Latlandite, label rigorosa attenta alle parole. Parole che si fanno musica, parole che esplodono. Come in “Novembre”… ma anche dopo.
Massimiliano D’Ambrosio, Novembre – Latlantide/Edel, 2012
www.massimilianodambrosio.it
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Caffésport Orchestra, … e pensare che sono tornato solo per compare un pesce spada


Un album nato lentamente, con calma, nato nell’arco degli ultimi cinque anni in Romagna, giusto quando si trovava un attimo per divertirsi insieme. Una band che sembra un gruppo di moderni vitelloni, come le storie di vita raccontate in questo disco dal titolo lunghissimo con fiati, archi, chitarre, pianoforte, tastiere acide o meno… e parole da moderni cantautori.
Quattordici pezzi, “salvati” tra i tanti scritti nell’ultimo periodo. Difficile scegliere nel mazzo, anche se la carta vincente sembra essere “Cinema”, splendido bozzetto di provincia nato quasi per scherzo. Niente male manco “La mano e il sospiro” con il suo fischiettare poetico al piano per creare immagini tipo il primo Capossela, l’originale cover della fossatiana “Dedicato” (a tratti giocattolosa) , o “San Lorenzo” con i suoi fiati jazz come una colonna sonora anni ’50. Già, i fiati, senza voler togliere nulla al resto, danno al disco una marcia in più rispetto ad altre produzioni di oggi.
Caffésport Orchestra, … e pensare che sono tornato solo per compare un pesce spada – Chihuaua records/Aidoru, 2012
www.caffesportorchestra.it
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Io non sono Bogte, La discografia è morta e io non vedevo l’ora


Usciti sul finire del 2012 con questo titolo decisamente programmatico, potrebbero essere la sorpresa dell’anno. Quello che sono stati solo alcuni anni fa gli Offlaga Disco Pax e poi Le Luci della Centrale Elettrica. Sì, al progetto di Vasco Brondi assomigliano abbastanza: per certi aspetti testuali, nel modo di raccontare la realtà senza fare del documentarismo, senza enfasi, con un flusso di parole a narrare la crisi, ma anche no.
Io non sono Bogte nasce comunque come quartetto, quattro teste pensanti, con Daniele Coluzzi, voce/chitarra acustica e autore dei testi. Autore pure nel 2011 di un libro di interviste a giornalisti/tecnici/artisti del rock italico (“Rock in progress – Promuovere, distribuire, far conoscere la vostra musica”), forse ha trovato qui l’idea di lanciare il suo disco sotto forma di penna USB. “La discografia è morta e io non vedevo l’ora” si presenta infatti come  una vecchia musicassetta, che è in realtà una penna USB DA 2GB, a contenere le canzoni, e sulla quale se ne possono salvare altre (e cancellarne pure).
Dieci pezzi taglienti, difficilmente classificabili, se non con un generico “rock cantautorale”: c’è il classico cantautore con le se sue cose da dire, la chitarra acustica, e dietro una band che spacca. Chi è Bogte lo dicono subito, con una negazione nel breve intro “Io non sono Bogte”, ma anche nella seguente “La musica italiana & altre stragi”, dove ci annunciano che la discografia è morta, tra agenzie interinali, lavori precari e una selvaggia chitarra elettrica che tornerà spesso. “Sette anni di prudenza” è il loro vertice sonoro, ironico, intimista e ancora agganciato alla dura realtà, con incendiarie chitarre a briglia sciolte dietro un grido di verità.
Riusciranno ad uscire dal lungo raccordo anulare? Io ci scommetto la coda.   
Io non sono Bogte, La discografia è morta e io non vedevo l’ora – Labelpot Records/Musicraiser, 2012
facebook.com/Io-Non-Sono-Bogte
"Due parole con Io non sono Bogte" sul Blog dell’Alligatore

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