Il mondo delle cose di Aldo Nove. #intervista

di Redazione Smemoranda

Storie di Smemo
Il mondo delle cose di Aldo Nove. #intervista

Per la Smemo 12 mesi ha scritto il racconto Il mondo delle cose, che comincia così: “Oggi come oggi è tutto pieno di cose! Esistono tantissimo, ci sono cose ovunque. Anzi, sono più le cose che esistono di quelle che non esistono!”. Abbiamo parlato di tutte queste cose, e anche di quelle che non ci sono. 

Come ha cominciato a esistere questo racconto?

Come sempre, da un bisogno di riempire un vuoto interiore con un pieno linguistico. Accogliendolo. Sento più la maternità che la paternità di un lavoro. Lo accolgo e cresce dentro di me. Poi lo partorisco al computer.

Nel tuo racconto ci sono delle cose che esistono e poi no. Mi riferisco alle frasi cancellate tirando sopra una riga. Mi racconti l’idea di un libro che poi non hai scritto?

Tempo fa volevo scrivere un libro sulla storia del mondo. Ma continuava ad aumentare, e dal progetto iniziale di 100 pagine ho capito che ce ne sarebbero volute almeno 1.000.000. E l’ho abbandonato.

Il tuo racconto mi ha ricordato in qualche modo il libro di Paul Collins, La follia di Banvard. Tredici storie di uomini e donne che non hanno cambiato il mondo, Adelphi. Erano a un passo dal farlo ma invece di inventare i raggi X hanno inventato ad esempio i fantomatici raggi N. Come dici anche tu, “Alcune delle cose che non esistono sono tristi. Hanno quella malinconia dell’anticamera eterna”. Quali sono le tue personali invenzioni non andate a buon fine?

A dodici anni avevo deciso di inventare il moto perpetuo con due penne Bic. C’era dietro tutto un ragionamento idraulico. Non ha funzionato.

Di quale invenzione esistente ti piacerebbe avere la paternità?

La Slimer. Una strana cosa verde appiccicosa degli anni Settanta. La si lanciava contro i soffitti e sporcava. C’era anche rosa, con i vermi finti. E poi la ruota, grande invenzione.

Tra le cose di cui ci sarebbe bisogno e invece non ci sono, annoveri il lavoro. Di contro, il mondo è pieno di disperazione. Hai affrontato questo tema anche nel tuo libro: “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”. Il libro è del 2006. Se dovessi rincontrare oggi Roberta e le altre persone di cui hai raccontato, come penseresti di trovarle?

A scrivere delle proprie inalterate disperazioni su Facebook.

Quali sono invece le cose che più ti sono mancate, o che ti mancano?

Mi mancano le cose, proprio le cose. I dischi, i dvd (e le videocassette) e quasi anche i libri. La realtà si sta rarefacendo. Troppo.

Mi citi tre libri che, per fortuna, esistono?

Casi, Daniil Charms

Il Maestro e Margherita, Bulgakov

Millimetri, Milo De Angelis

Come immagini un mondo reale ma alternativo a questo, con un altro tipo di cose?

Un mondo fermo agli Anni 80. Allora c’era mondo a sufficienza. Ora ce n’è troppo.

A fine racconto elenchi alcune cose del tuo mondo, per lo più legate all’infanzia, ad esempio Le cartoline illustrate dei posti in cui andavano le persone che ti volevano bene. Ricordi una cartolina postale che hai inviato o che hai ricevuto?

Mio fratello adorava le cartoline della serie “Città di notte”, completamente nere. Gliene ho spedite una trentina da tutto il mondo.

Se dovessi invece elencare il tuo mondo oggi cosa metteresti?

Ipod

Ipad

Iphone.

Novembre è il mese dei morti. In questo racconto dici: “Nel cimitero di Viggiù, dove io sono nato”. Giocando con un equivoco per cui saresti nato dove invece di solito si va a finire. In che modo nei momenti bui della tua vita sei riuscito a tornare a vivere?

Ci ho scritto un libro e un film, “La vita oscena”. Lì c’è tutto.

Ho scoperto una cosa che esiste e alle quale non ci si può credere: Sandy Cane, il primo sindaco di colore in Italia, candidatasi nella lista della Lega Nord. A Viggiù… Ti vengono in mente altre incredibili esistenze come questa?

Sandy era mia amica, oggi ogni tanto passa sulla mia pagina di Facebook. Il suo slogan elettorale era “Yes, we CANE”.

L’incipit di Novembre di Flaubert dice: «Amo l’autunno, triste stagione che si addice ai ricordi ». Che ricordi hai legati a questo mese?

L’andare a castagne nel mio paesino d’origine, i sacchetti della spesa di plastica pieni di castagne, i caldarroste.

Se dovessi pensare a un libro, o a un personaggio di un libro da associare a questa stagione, ma anche a una poesia, cosa consiglieresti?

“Si sta come d’autunno /sugli alberi le foglie”, che poi originariamente era una metafora di Omero.

 Ogni agenda è l’autobiografia di un anno della vita di una persona. Qual è stata la tua agenda più bella?

Una Smemoranda del 1983. La mia prima fidanzata ci ha scritto sopra il suo numero di telefono con il rossetto. Ce l’ho ancora.

La cosa più bella che ricordi di aver scritto su un’agenda?

Il suo secondo numero di telefono.

L’appuntamento che vorresti segnarti in agenda?

Quello con lei. Il primo. Di nuovo. Uguale.

Quello che invece non vorresti avere mai?

Il dentista, ovviamente.

Il giorno che non vedi l’ora che arrivi?

Oggi.

Il mondo delle cose mi ha fatto venire in mente anche un altro libro, La sicurezza degli oggetti di A. M. Homes, Minimum Fax. Una raccolta di racconti che in un certo modo umanizza gli oggetti, narrando la storia di chi li possiede. A un certo punto forse gli oggetti diventeranno le persone e viceversa. O pensi sia un’idea un po’ retrò e stiamo vivendo la normale evoluzione delle cose?

Le donne oggetto ci sono da sempre. Ma pure i Toy Boy. Rendiamo oggetto ciò che amiamo, e lo consumiamo.

La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata di quest’ultimo periodo?

Mi alzo, faccio colazione, vado in bagno, fumo una sigaretta, rispondo alle mail, scrivo, pranzo, riposo, scrivo, ceno, leggo, dormo.

Presto uscirà una tua nuova raccolta di poesie per Einaudi, Addio mio novecento. Ricorre anche lì una sorta di archiviazione delle cose passate?

Delle cose in generale. Siamo orfani delle cose. Non abbiamo più cose. Stiamo diventando poveri. Le cose sono dentro la rete. Nella cloud. Ma la nuvola non è nostra.