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Il più grande mistero della scuola italiana

di Antonello Taurino
| News | Scuole superiori | S-COOL! | 0 commenti

Un comico messo a fare il prof

E che vi devo scrivere, ora che anche Umberto Eco, zietto nostro, se ne è andato?

Spiego: se non lo sapete, quello che state leggendo è anche l’ultimo appuntamento di S-COOL (“Come!!! No!! Ti prego, continua!”). Sì, già immagino il frastuono dei fans in protesta, ma l’approssimarsi di impegni creativo-teatral-concorsuali me lo impongono. S-COOL è stato un viaggetto divertente soprattutto per il sottoscritto, e ne approfitto per ringraziare Alessia Gemma, i tipi di Smemoranda, le simpatiche dritte di Carlo Turati e tutti coloro che, prof. e alunni, sono andati a sbatterci contro a zonzo per il web (e ci sono già ideuzze perché S-COOL diventi qualcos’altro). Ma come faccio a non parlarne proprio a qualche giorno dai suoi funerali laici?

Io ci sono anche andato. E chiarisco subito: diversamente da tutti quanti, capi Ultràs e buttafuori da discoteca compresi (così sembrava da Facebook), io ho letto poco, veramente poco di Eco. Ma l’avrete intuito, alcuni suoi saggi e articoli sono stati una delle principali fonti di ispirazione per il concept di questa rubrica. Per quel che ho imparato io, volevo provare a far vedere il lato ludico della didattica, a mostrare la lingua come creta da plasmare, la letteratura come divertimento; e poi la storia come thriller e la geografia come teatro. Insomma, mi piaceva portare sulla ribalta della mia cattedra un po’ di buon umore. E, lo ammetto, quel poco che so di Eco è lì, impresso nella zucca mia concava: far copulare il basso con l’alto, la semiotica e Mike Bongiorno, il Medioevo e i social networks, Sant’Agostino e Noam Chomsky.

Angelo Gugliemi, dirigente RAI, sopraffino innovatore e collega di Eco, diceva “la Cultura non è qualcosa che ha a che fare con l’oggetto, ma è un modo di guardare le cose, qualunque cosa”. Eco l’avrebbe sottoscritta e noi l’abbiamo ripresa come manifesto di questa minuscola avventura. Ed è amara beffa chiudere il cerchio qui, tornando a capo, ma senza zio Umberto. E scriverne proprio nelle ore in cui sul web, per ironia della sorte, impazza la questione linguistica dell’anno, #petaloso. Cosa avrebbe detto al riguardo zietto?

(Doverosa parentesi personale sulla faccenda: io, ogni volta che non ho voglia di correggere le parole scorrette nei temi dei miei alunni mica pianto su tutto sto casino, ma a volte anche a me è capitato di incontrare strafalcioni che meritavano onorificenze ufficiali: “Attila fratello di Dio”, “Il pittore Scarafaggio", “la Regina Costanza d´Aragosta”, il kantiano “Aperitivo categorico”, espressioni come “... il cane, con un balzo felino…”... Lo so, lo so che anche voi tenete dei quadernini dove queste perle ve le appuntate…).

Umberto EcoEco lo abbiamo citato due o tre volte, ma in classe per tutti noi è una costante invisibile. Ogni volta che come docenti riusciamo a veicolare con ironia la nostra lezione, a umanizzarla alleggerendo la noiosa mappazza di nozionismo che quotidianamente vi si macina, stiamo solo ricalcando orme di processi il cui solco è stato da lui segnato e ampliamente indagato. E forse semplicemente per questo va ringraziato: col suo magistero ci ha legittimato a trasmettere una particolare idea di conoscenza, vincente agli occhi dei ragazzi perché non ha più quel sapore di roba da sfigati.

Ci serve il suo incoraggiamento, avendo nel nostro piccolo una missione anche più ardua, visto che siamo lì, ogni giorno con la mimetica e lottare contro problemi che forse zio Umberto non aveva. Per dire, ogni volta che sento dire “Ah, avessi avuto io un prof. che mi spiegava la Divina Commedia come fa Benigni, o la poesia come il professor Keating dell’Attimo Fuggente!..”, io mi limito a far notare una cosa semplicissima, e cioè che “Sì, ma Benigni parla a dei signori che stanno zitti, e nella classe del professor Keating si alzava la mano anche solo per fiatare”. (E anche che - e lo dico da disgrafico grave con due lauree e Master -, se all’alunno Einstein Albert avessero approntato un PDP forse non avremmo avuto la Teoria della Relatività, ma questo è un altro discorso...)

A proposito: a Eco sarebbe piaciuta molto un’iniziativa lanciata da http://www.twletteratura.org per commemorare i 400 anni della morte di William Shakespeare. Abbiamo già parlato del lavoro di questo sito: nello specifico, stavolta si tratta di un concorso per le scuole in cui potrete divertirvi a tradurre in tweets da 140 caratteri tutto l’Amleto! Ragazzi e prof., non solo di inglese, forza! Qui le indicazioni: http://www.twletteratura.org/2016/02/hamletw/

Mi sarebbe piaciuto incontralo, zietto Umberto. Per chiedergli una cosa. Giusto una.

Solo uno dei più grandi esperti del linguaggio avrebbe forse saputo risolvere un dubbio che mi attanaglia dalle Elementari, che non ha trovato ancora risposta e che senza esagerare rappresenta il più grande mistero della scuola italiana, o quanto meno, dell’insegnamento della grammatica. Io poi, nel mentre che cerco la risposta, l’ho trasformato in una divertente scommessa che propongo sempre alle mie classi: se perdo, pago un gelato a tutti (ma finora non è mai capitato). Potrete verificare anche voi docenti -  e con questo chiudo davvero - con un semplicissimo esperimento.

Dovrete assicurarvi che, nella classe in cui vorrete proporlo, tutti gli alunni abbiano ben chiaro il concetto grammaticale di complemento oggetto. Dovrebbe essere dalla seconda media in poi, forse prima, ma fate voi. Dite quindi ai ragazzi di scrivere su un foglietto di carta, subito e senza pensarci troppo, una piccola frase che contenga un esempio di complemento oggetto. Una volta scritto la frase e piegati i foglietti, raccoglieteli tutti sulla cattedra (senza leggerli) e scommettete con la classe che su almeno due terzi dei foglietti, nonostante le possibilità sarebbero miliardi su miliardi, ci sarà scritto:

 “IO MANGIO UNA MELA”

Aprite i foglietti e scoprirete che avrete ragione.

Io sono qui da anni a chiedermi: ma perché?

Capisco l’ancestrale influenza di Eva, Newton e Steve Jobs, ma… perché per il complemento oggetto a tutti viene in mente sempre e solo quella frase lì? Ma neanche a dire varianti minime, tipo “Voi mangiate una mela”, “Io mangiai una mela”, “Io mangio una torta” o “Io compro una mela”.  No. Sempre e soltanto “Io mangio una/la mela”. È così da decenni, l’ho appurato, dai tempi di mia mamma maestra elementare, e la cosa è riscontrabile per tutti i livelli di istruzione e ceto sociale. Vorrei capire: c’è stata una direttiva o una legge in questo senso, quando sono state irreggimentate generazioni di prof. e maestri di italiano, a proporre sempre e solo quell’esempio? In quali arcane e oscure pieghe della storia affonda le radici questo inesplicabile mistero?

Cosa c’è sotto? Massoneria? I Templari? La Val di Non?

Caro Umberto, prima di andartene avrei voluto chiedertelo. Altro che i tuoi enigmi medievali o di semiotica: soltanto tu avresti potuto non solo risolverlo, ma magari cavarci pure un romanzo...

Ciao Umberto. E grazie.

Ciao a tutti. E ancora grazie.

 

Un grazie a Carlo Turati

mela
Umberto Eco

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