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Gialli e vino: intervista a Fulvio Ervas

di L'Alligatore
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Finché c'è prosecco c'è speranza

Fulvio Ervas

Finché c'è prosecco c'è speranza

Marcos Y Marcos

Finché c’è prosecco c’è speranza adesso è anche un film, diretto dall’esordiente Antonio Padovan, con un grande Giuseppe Battiston nel ruolo dell’ispettore Stucky.

Ma Stucky è prima di tutto il protagonista di sette romanzi. Tutti scritti da Fulvio Ervas, autore di gialli a tematica ambientalista, come quello del prosecco.

Come è nato Finché c'è prosecco c'è speranza, il libro?
L’idea è del 2008, quindi un bel po’ di tempo fa, anche se esce nel 2010. Nasce da un viaggio, guidato da un esperto di vini, per l’Italia, con l’intenzione di scrivere un saggio sul mondo vitivinicolo. Cosa che non so fare. Invece conoscevo un territorio, quello del Prosecco, dove stava crescendo la produzione di un vino che andava assumendo l’aspetto di una monocultura. Con tutta la complessità, e i rischi delle monoculture (non solo vinicole). E dal momento che ogni “puntata” di Stucky ruota attorno ad una questione ambientale, perché la più grande vittima è sempre il territorio (e siamo tutti, più o meno, assassini in tal senso), mi pareva l’occasione per raccontare una storia di un territorio, con un messaggio: vino buono deriva da rispetto per la terra e chi inquina deve pagarla. Poi il titolo si rifà, con ironia, al fatto che nel 2009-2010, in piena crisi economica, una delle poche voci di crescita produttiva nel Veneto, a due cifre, era proprio il Prosecco.

… e il film? Quale il tuo apporto in fase realizzativa? Sei stato sul set?
Il film nasce da un evento incredibile: stavo a Santa Lucia di Piave, invitato da un gruppo di lettura di sole donne per parlare di “Finché c’è prosecco” e mi sono trovato davanti un giovane regista, Antonio Padovan che, candidamente, mi chiede: “Posso fare un film dal suo libro?”. Ho risposto di sì, perché, cosa mi costava? Mi pareva una cosa detta tanto per dire. Invece Antonio è uno tenace e assieme abbiamo scritto la sceneggiatura, ha trovato un produttore e gli attori e l’ha portato, dopo due anni e mezzo, al cinema. Abbiamo lavorato tantissimo assieme, è stata un’intensa esperienza umana e professionale. Poi sono stato sul set, a vedere materializzarsi una mia storia ed è stato incredibile. È stato un film che ha creato una bella comunità, anche con le persone delle location, piccoli  produttori, ambientalisti, persino amministrazioni comunali.

A volte gli scrittori sono delusi dai film tratti dai loro romanzi. Tu, soddisfatto del risultato finale?
Ho visto il film quattro volte, le prime due con grande tensione e poi, via via, mi sono goduto una pellicola dal forte spirito ambientalista, con una visione della gestione della terra, con un amore per il territorio innegabile. È pieno di cose, anche dettagli che hanno un valore simbolico. Un film senza americanismi (bombe, strazi, vuoti narrativi riempiti con effetti speciali) e questo già mi rende felice. Poi Giuseppe Battison è Battiston. Se considero tutto: la fatica, il tempo  contenuto in cui è stato girato il film, le risorse, la mancanza di aiuti pubblici (tantomeno dal  mondo del Prosecco), direi che è venuto un ottimo film. Grazie anche all’audacia imprenditoriale della produzione K+film, che si è assunta il rischio di fare cultura in una regione che non brilla in questo senso.

Quando hai scritto il romanzo, pensavi potesse essere un buon soggetto per un film?
No, io non scrivo mai pensando a storie che vengano trasformate in altri linguaggi. È sempre difficile operare questa trasformazione se non la pensi all’origine, penso a scrittori anglossassoni che costruiscono già pensando al film. Per questo, poi, anche la sceneggiatura fatta da me e Antonio ha avuto bisogno della mano di Marco Pettenello, che è uno sceneggiatore porfessionista, e bravo. Lui ha dato il ritmo e la profondità necessaria per il linguaggio filmico.
“Se ti abbraccio non aver paura” è già  nelle mani di Gabriele Salvatores, con la Indiana Production. Anche qui: era una storia scritta senza pensare al cinema.
Io credo che “La Lotteria” (il mio primo romanzo) potrebbe essere una trama per un bel film.

Gli attori scelti per i vari ruoli ti sembrano giusti?
La scelta degli attori spetta al regista e io, che riconosco i compiti e il lavoro altrui, non avrei avuto niente da ridire. Se vuoi che gli altri facciano una cosa come la faresti tu, ti conviene farla direttamente. Non commetto mai questo sbaglio nella vita. Certo, il personaggio di Celinda Salvatierra, interpretato da Liz Solari, nel libro è molto più guerriero e caratterizzato. Ma ci sta tutto…

C'è una parte del romanzo che trovi meglio tradotta in film?
L’opera si tiene, è come il regista ha assimilato le pagine del romanzo. Questo è bello in sé: qualcuno legge la storia, la fa sua, prova a rimetterla nel mondo. È il contagio delle idee e della sensibilità.

I tuoi romanzi con Stucky protagonista sono diversi. C'è la possibilità vengano tradotti presto in nuovi film? O in una serie televisiva, visto il grande impatto sul pubblico di film tv sul crimine?
Il film ha già fatto un bel po’ di strada e credo che girerà ancora. E poi è un caso: un film indipendente, che parla di ambiente, che racconta con  sguardo non consueto il Veneto, senza stereotipi. Si ragiona già come dare continuità. Ci sono contatti per trasformarlo in una serie televisiva. Io non sono molto d’accordo. Mi dispiacerebbe che Stucky rischiasse di diventare il Coliandro del nordest. Le serie televisive, con poche eccezioni, si muovono su un complicato confine tra originalità e puttanate. Vedremo. A me piacerebbe di più un altro film, un’altra costruzione per il grande schermo, con l’ariosità che questo consente.

giallo

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