Joan Thiele: intervista

di Giulia Broglia

Le Smemo Interviste
Joan Thiele: intervista

Joan, che di primo nome fa Alessandra, ha 26 anni, è cresciuta tra Cartagena in Colombia e l’Italia. È una musicista italiana che suona ritmi di tutto il mondo, complici le sue origini per metà italiane e poi svizzero- colombiane. Dice di aver iniziato a fare musica ascoltando i Led Zeppelin, ma nelle sue canzoni e nei suoi live  si sente tanta elettronica, ritmica sudamericana e in alcuni momenti emergono sonorità africane. Joan si è trasferita in Inghilterra finito il liceo, decidendo di cantare in inglese, ma poi è tornata in Italia per diventare musicista professionista.

A giugno, dopo un primo EP, è uscito il suo nuovo disco, nato dopo un viaggio in Colombia dove era stata a trovare il padre, per scoprire le radici di un’infanzia che non c’è più e rendersi conto di essere diventata grande. Senza retorica, Joan è un modello positivo e concreto di quello che è la nostra generazione, a cavallo tra lingue e culture diverse, europee ma non solo, con affetti divisi in diversi paesi, dubbi che rendono forti, e una identità unica della quale bisogna imparare a esserne orgogliosi. Come dice Joan, siamo tante cose tutte insieme, possiamo solo cercare di essere sinceri e essere noi stessi. Meglio ancora se possiamo farlo con leggerezza, ballando.  

Smemoranda: Vorrei partire dal titolo dell’album, Tango, che non c’entra con la danza ma viene dal latino “tangere”, giusto?

Joan Thiele: Tango è un disco nato durante un viaggio in Colombia, un viaggio in qualche modo legato alla mia infanzia, alla mia famiglia, al Sudamerica. Il Tango è un ballo sudamericano, ma ho scelto questa parola anche perché tangere significa toccare, sfiorare. Per me questo disco è stato una specie terapia, un modo per entrare in contatto con le emozioni, e liberarle. È stato bello lavorare a questo disco, importante, il ballo qui è una ricerca di sé e significa entrare in contatto con gli altri.

 

“Tangere” sembra anche quello che hai fatto con i suoni in questo disco, un avvicinamento, una ricerca anche di emozioni e suggestioni diverse. Come ci hai lavorato?

Sono partita dal fatto che secondo me ogni canzone ha il proprio suono, un’identità. A questo si aggiunge poi una linea generale, un filo unico che collega tutto il disco, fin dalla prima canzone: il beat, la ritmica, la parte latina e sudamericana che contamina tutto l’album. Ho lavorato ai suoni con gli Etna, i ragazzi con i quali suono e che hanno anche coprodotto il disco. Abbiamo cercato di attingere a entrambe le culture che io vivo: la musica latina, quella italiana e europea, mischiando l’elettronica con la parte più primordiale. Abbiamo cercato di trovare un equilibrio in questa eterogeneità.

C’è un’apertura totale verso i suoni di paesi diversi, ma è anche un album anche molto intimo, come se andassi alla ricerca delle tue radici. 

È un disco in effetti molto intimo, l’ho scritto in un periodo per me emotivamente difficile, è stato un viaggio dentro di me e con gli altri. Mi piace che sia molto sincero, molto diretto, per cosa dico e anche come le dico, anche se con un vestito leggero e elettronico. È un bel contrasto.

In questo momento in Italia si discute (o litiga) molto su cosa sia italiano e cosa straniero, come se ci fosse un confine netto. Le tue canzoni sembrano voler dire che si può essere contemporaneamente italiani e cosmopoliti, questo dà sollievo… c’è molta libertà nelle canzoni.

Per me nel 2018 parlare di barriere è un discorso ignorante, anche se non vorrei espormi troppo su discorsi politici perché non è il mio. Il mio è un discorso di umanità, e non solo perché parte della mia famiglia vive in Colombia. Artisticamente penso si debba essere liberi di esprimersi senza doversi catalogare, ognuno può essere più cose allo stesso tempo. 

Ci sono delle canzoni che sembrano simboliche, come se fossero delle favole, come le hai scritte?

Alcune canzoni sembrano delle favole e alcune lo sono! Le ho scritte però pensando a dei ricordi reali, o a delle storie che mi raccontavano da bambina. Per esempio, “Blue tiger” è la storia di una tigre che scappa dalla guerra, che poi era la guerra in Colombia negli anni ’80. Racconto di una tigre blu che riesce a scappare, è una canzone simbolica, ma l’ho scritta pensando a una persona reale, che mi raccontava di vivere tra le tigri e io me lo immaginavo come una specie di Sandokan., ma era un modo per raccontare a una bambina una situazione reale. Oppure nella canzone “Tango” è come se parlassi alla mia chitarra, (“sei il mio suono, le mie corde, il mio legno”) una fiaba per dire che la musica è ricerca di sé. Sono pezzi simbolici o allegorici, è per parlare delle cose in modo meno descrittivo.

“Armenia” invece, il primo singolo, è la città in Colombia dove vive tuo padre vero?

“Armenia” è stata una delle prime canzoni che ho scritto per questo album, mi trovavo là due estati fa. Ero partita perché mio padre non stava bene, e questa è una canzone che ho scritto per lui. Il ritornello dice “Don’t give it up”, non mollare, non solo per la malattia, è un inno per reagire alla vita, un inno alla positività. È stato il primo passo per costruire il disco.

Il tuo primo nome è Alessandra, come hai scelto il tuo nome d’arte?

In realtà Joan è il mio secondo nome, in famiglia mi chiamano tutti così. Mi ricorda il nome di mio nonno, Alberto Juan, e poi in qualche modo si collega ai miei idoli e riferimenti musicali degli anni Sessanta e Settanta, Joni Mitchell, Joan Baez, Janis Joplin… loro mi hanno fatto innamorare della musica.

Pensi che sia difficile fare musica come la tua in Italia?

Il disco è appena uscito, capirò come viene accolto… penso però che si debba essere convinti di quello che si fa, non fare le cose per farsi accettare. Credo sia meglio essere sincera, non mi sono chiesta troppo se fosse un album che potesse funzionare. Devo fare le cose che mi sento di fare., è sempre meglio essere sé stessi. 

È un album che dice che ci sono cose interessanti da seguire anche qui! Adesso è partito il tuo tour, non solo in Italia, anche in festival internazionali come lo Sziget, come ti senti?

Sono emozionata, è sempre intenso portare il proprio lavoro sul palco, alle persone. Non vedo l’ora!