La violenza ma non quella dei film. #intervista

di Redazione Smemoranda

Storie di Smemo
La violenza ma non quella dei film. #intervista

A parlare così è Betta, quasi quindici anni, protagonista di un racconto che parla di violenza ma che non ha nemmeno un po’ di sangue. Si trova nella nuova Smemo 12 mesi 2014, e l’autrice è Rossana Campo. Fra i suoi romanzi ricordiamo: In principio erano le mutande, L’attore americano e, l’ultimo, Il posto delle donne. Abbiamo parlato con lei di Betta, e di molto altro.

Secondo i dati Istat, “Circa la metà delle donne in età 14-65 anni hanno subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie”. È il caso di Betta, la giovane protagonista del tuo racconto. Com’è nata l’idea?
Come nascono i romanzi e i racconti? Per me è sempre un intricato groviglio di cose vissute o pensate o immaginate o lette, lo spunto parte sempre dalla mia vita e da vite che non sono la mia, per citare uno scrittore francese, Emmanuel Carrère.

Ricordi quando e dove l’hai scritto?
L’anno scorso, nel 2012. La prima stesura in un bar vicino alla stazione Termini, a Roma. Poi ci ho lavorato ancora a casa.

Ho letto questo status sulla tua pagina fb: “Primo post da cinquantenne: le occhiaie sono lo specchio dell’anima”. In che modo ti sei abbassata l’età per lavorare al linguaggio, al modo di parlare di Betta, che invece di anni ne ha quindici?
Ho spesso scritto storie con protagoniste ragazze o anche bambine. Come faccio a prendere il punto di vista di una ragazzina? Credo di avere dentro di me le varie Rossane che sono stata a tutte le età, come tutti del resto, e riesco a farle parlare. Poi sono anche un po’ infantile.

Betta si descrive così, “Una ragazzina fuori di testa che parte sempre in quarta con le fissazioni e sta sempre a smanettare al computer e non va tanto bene a scuola e si fa le pettinatura che non vanno nemmeno più di moda”. Se dovessi invece descrivere te stessa a quell’età?
Vediamo, a scuola ero bravissima nei temi e per il resto me la cavavo. Leggevo parecchio ma non studiavo molto. Ero timida, introversa e solitaria. Mi piaceva andare a camminare da sola su per le colline liguri. Ma ogni tanto mi incazzavo moltissimo. Avevo un’amica del cuore. Ero anche un po’ matta, forse.

Betta viene aiutata da Vale, la sua vicina, di lei dice: “È  l’unica che mi va di fare delle confidenze, di dirle qualcosa che ho nel cuore”.  Qual è stata invece per te adolescente la tua Vale?
Sì, come ho detto avevo un’amica del cuore, poi c’era tutta una banda di sei o sette babanette con cui eravamo molto legate, tutte più o meno della stessa età, alcune nostre avventure le ho raccontate nel mio secondo romanzo, Il pieno di super. Poi ammiravo moltissimo due sorelle più grandi di due mie amiche, ma loro erano grandi, appunto, e non mi cagavano! Non ci sentiamo più, sono andata presto via dall’Italia e molte amicizie si sono perse.

Quali sono state le figure e gli incontri più importanti per la tua crescita? Le figure importanti nella mia infanzia e adolescenza sono state le mie amiche, ma come ho detto essendo anche molto solitaria, sono state fondamentali le storie lette nei libri e anche qualche telefilm alla televisione, penso specialmente alla mitologica Pippi Calzelunghe.

Oltre alle persone, quali sono stati i libri che ti hanno formato a quell’età? Dato che leggevo molto, anche alla rinfusa, metto qui alcuni di cui mi ricordo: L. M. Alcott (Piccole donne e Piccole donne crescono), Jules Verne, Liala, Maupassant, Cesare Pavese, Brunella Gasperini, Cassola, Calvino, Natalia Ginzburg, Katherine Mansfield, a quindici anni mi ero innamorata di Virginia Woolf, leggevo e rileggevo Gita al faro e ero ipnotizzata da Le Onde. Stessa cosa con Elsa Morante, specie col suo Menzogna e sortilegio, anche se sicuramente riuscivo a capire un terzo di quello che leggevo. Ma trovavo qualcosa di ipnotico nella scrittura di queste grandi autrici.

Il racconto con cui hai esordito, La storia della Gabri, si trovava in un’antologia curata da Gianni Celati. Sto leggendo proprio in questi giorni il suo bellissimo “Verso la foce”, un lungo racconto di un suo viaggio sul Po. In che modo vi siete incontrati, e come ha scoperto il tuo racconto?  
A Genova, durante gli anni dell’università alla facoltà di Lettere, con vari amici (tutti futuri artisti, poeti e scrittori) avevamo una piccola rivista autogestita, Altri Luoghi dove pubblicavamo nostre cose, poi la mandavamo anche ad alcuni scrittori che per noi erano un po’ dei nostri maestri, fra questi c’era sicuramente Gianni Celati che allora (stiamo parlando di fine anni ’80, primi anni ’90) insegnava all’università di Bologna. Celati stava raccogliendo per l’antologia Narratori delle riserve (che sarebbe uscita da Feltrinelli nel 1992) una serie di prose di autori sia conosciuti che inediti che secondo lui avevano una scrittura interessante, diciamo per brevità non la scrittura omogeneizzata e appiattita che già allora circolava nella cosiddetta industria editoriale. Quando ricevette la nostra rivista Altri luoghi, Celati disse all’editore Feltrinelli che voleva includere anche un paio di racconti di questa giovane scrittrice genovese…  E per me, dato che lui era fra i miei miti letterari assoluti, fu uno dei giorni più felici della mia vita.

Betta racconta di avere una fervida fantasia e che a volte le sue bugie le sembrano reali. Mi ricorda un film molto forte e crudo, “Il sospetto”. La piccola protagonista si vendica con il suo insegnante dicendo ai genitori di essere stata molestata da lui. Anche la fantasia può diventare violenza? Ah questa è una domanda che ci vorrebbero due lauree in psichiatria per risponderti. Non lo so mica. Di sicuro, dal mio punto di vista,  l’immaginario che nasce dalla lettura non può mai essere violento. Tutt’al più corri il rischio di diventare un disadattato, a stare tanto tempo nel mondo dei libri, che per me è una cosa estremamente positiva!

Ogni agenda è l’autobiografia di un anno della vita di una persona.
Qual è stata la tua agenda più bella? Non lo so, devo dire che io ho avuto tanti anni bellissimi, e dunque tante agende piene, ma nel bellissimo ci metto dentro anche magoni, tristezze e disavventure varie.

La cosa più bella che ricordi di aver scritto su un’agenda?
Domani esce il mio primo romanzo.
E poi un’altra cosa personale di sentimenti.

L’appuntamento che vorresti segnarti in agenda?
Domani partenza per Stoccolma. (Riferito al Nobel per la letteratura) (scherzo).

Quello che invece non vorresti avere mai?
Di medici legati a sofferenze di famigliari e amici.

Il giorno che non vedi l’ora che arrivi?
Ogni giorno sono contenta che è arrivato un nuovo giorno.

La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata di quest’ultimo periodo? Mah, credo che le mie giornate non siano particolarmente interessanti, faccio le cose che fanno un po’ tutti e in più quelle che fanno gli scrittori. Vale a dire, vado al mercato a fare la spesa, cucino, leggo e scrivo. Voilà.