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L'avventura straordinaria di Sasà e Shakespeare

di Alessia Gemma
| News | Libri e Fumetti | Da leggere | 0 commenti

“La Tempesta parla di tutti noi.” Salvatore Striano, ci racconta di come è evaso dal carcere grazie a Shakespeare…

Salvatore Striano

La Tempesta di Sasà

Chiarelettere

400 anni dalla morte di Shakespeare e il 23 aprile sarà un tripudio di eventi, citazioni, commemorazioni, per uno dei più grandi, e secondo me anche più simpatici, drammaturghi e poeti: il Bardo!

Shakespeare che fu cantore dell’amore più pop e sofferto degli ultimi 4 secoli. Shakespeare, che a conoscerlo meglio fu anche comicità e profondità e addirittura medicina per qualcuno ai giorni d’oggi… Sasà, per esempio, che si è salvato e ha cambiato vita e ritrovato la Libertà vivendo la sua Tempesta personale.

“Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.” William Shakespeare in Romeo e Giulietta

Ma andiamo per ordine, anche se qua è un gran casino.

Chi è Sasà? Salvatore Striano, classe 1972, napoletano. Inizia la sua gavetta da guitto a 7 anni vendendo sigarette nei Quartieri spagnoli. A 9 anni fa carriera e ruba rossetti e mascara nei centri commerciali per rivenderli alle prostitute, alle quali tra l’altro portava i soldati americani che sbarcavano. A 14 anni è nel pieno dello spaccio di cocaina e leader delle “Teste matte”, piccoli camorristi. Due pistole in saccoccia. Vita di strada, fuga e latitanza in Spagna, poi il carcere, prima a Madrid e poi a Rebibbia. Ed è qua che inizia la sua Tempesta shakespiriana, un percorso anche casuale di rivalsa, rivincita e salvezza attraverso la lettura, la letteratura, il teatro e soprattutto attraverso Shakespeare… Oggi Sasà non sta più dentro da un po’ ed è uno dei più sorprendenti e stimati attori italiani: camorrista per Matteo Garrone in Gomorra, rapinatore per Guido Lombardi in Take five fino a Cesare deve morire dei fratelli Taviani, nel 2012.
È con Sasà che voglio celebrare Shakespeare, perché è con la storia di Sasà che Shakespeare si eleva a cura e metafora e diventa un’avventura fortissima e perché i maestri come Shakespeare t’insegnano che il dramma, come il teatro, è alto e basso insieme.

Chi è Shakespeare dovreste saperlo e se disgraziatamente nessuno ve l’ha mai detto comunque si trova facilmente su Wikipedia (e forse avrà pure un profilo Facebook postumo!). L’importante ora è capire cosa fosse la sua Tempesta: una favola, ultimo dei suoi scritti, dove racconta del duca spodestato di Milano, Prospero che, dopo aver vissuto 12 anni su un’isola quasi deserta con la figlia Miranda, il “selvaggio” Caliban e lo “spirito” Ariel, usa i suoi poteri magici per scatenare una tempesta, far espiare al re di Napoli e al proprio fratello Antonio le loro colpe, riacquistare il ducato perduto, e tornare a Milano. La storia è facile facile, sono le implicazioni e i significati un bel po’ più complessi… “La Tempesta è un enigma” scrisse Peter Brook.

“Shakespeare invece… Cominciare a leggerlo è stato come tuffarsi in qualcosa di cui non vedo il fondo. Qualcosa di più grande.” La tempesta di Sasà, pag 113

Mo’, che c’azzecca Sasà con Shakespeare (anzi Scemispir, come lo chiamavano all’inizio in carcere che non sapevano pronunciarlo)?
Tutto: le loro Tempeste sono la stessa storia di rigenerazione, riconciliazione e agnizione, come dicono quelli del teatro… che più o meno significa riconoscimento del personaggio nella sua vera identità. E così i personaggi della Tempesta diventano metafora della vita di Sasà che entrato in carcere si abbandona a se stesso, agli psicofarmaci, allo sconforto quasi per toccare l’atarassia… che significa non provare e sentire più niente… e poi viene svegliato e salvato dal teatro, dalla lettura. Sasà tenterà d’instaurare attraverso il teatro un rapporto con il reale, come i personaggi della Tempesta, cercando i modi d’intravedere la verità, individuarla finalmente e avvicinarsi. La tempesta, l’isola, il carcere, il teatro sono il reale (anzi il modo per conoscere il reale) per Shakespeare come per Sasà, per Ariel e per Prospero.

“È che lui, Shakespeare… mi racconta tutta la mia vita […]. Mi dà il permesso di fare mie le sue parole, dirlo a modo mio. Entra nella mia testa perché quello che ha scritto, sai, vale per tutti. […] con questa storia delle metafore Shakespeare ti apre la mente. Quello che scrive, le situazioni e i personaggi che crea, non valgono per una situazione sola, lui si rinnova da solo, non diventa mai antico.” La tempesta di Sasà, pag 135

In pratica Shakespeare per Sasà è come il tuo cantante preferito che ti salva o almeno allevia la tua vita quando è di merda con i versi delle sue canzoni, che pare siano stati scritti per te solo e invece valgono per tantissimi.

Tutta questa storia di rivalsa e letteratura, di carcerati e salvati, di buoni e cattivi, Salvatore la racconta nel suo ultimo bellissimo libro, con scrittura e logica schiette, pulite, semplici, profonde e illuminanti: La Tempesta di Sasà, ed. Chiarelettere.

Sasà come Shakespeare e attraverso Shakespeare c’insegna un cammino di conoscenza faticoso, arduo ma anche spontaneo, dove l’isola e il carcere sono “il labirinto” e dove, anche attraverso la follia e il malessere, si arriva alla conoscenza della propria imperfezione e debolezza e magari a riconoscere e vedere lo schifo che c’era prima.

Ho parlato con Sasà. Avrei voluto intervistarlo e invece poi ho preferito farlo conoscere attraverso le parole del suo libro che uscirà il 21 aprile, le parole dell’ultimo capitolo “Agli studenti” che Salvatore e la sua casa editrice ci hanno regalato in anteprima. E pare un po’ di vedere Ariel, il servo di Prospero in attesa di libertà, che svolazza leggero…

Ariel: Ho lavorato bene?
Prospero: Da maestro. Sei la diligenza fatta persona. Sarai libero.

Ringraziamo Salvatore Striano e la casa editrice Chiarelettere per averci concesso l'anteprima del capitolo.

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