A gennaio saranno nove anni che ci manca: e con lui la sua musica, le sue parole, la sua voce calda e diritta, avvezza a scandire ogni emozione, anche le più intense, senza una flessione. Così sua, di hombre vertical, ferocemente sincero e mai cinico. E geniale, senza fartelo pesare. Era anche questo Fabrizio De André, oltre a un bel po' di altre cose: scrittore e traduttore e parlatore che ti incantava.
Oggi, per farselo mancare un po' meno, quasi una terapia per la nostalgia, esce un libro speciale che parla solo di lui. O meglio, dove parla lui. E lui solo. Lo hanno costruito, accatastando una mole impressionante di immagini&parole, la moglie Dori Ghezzi (in collaborazione con la Fondazione Fabrizio De André onlus) e Guido Harari, per vent'anni uno dei suoi fotografi personali. Ha per titolo Una Goccia Di Splendore, da un verso di Alvaro Mutis, molto amato da Fabrizio, ed è una sua lunga confessione senza meditazioni: una sorta di autobiografia postuma dove è raccolto quello che ha raccontato e provato.
Una lunga ballata che parte color seppia, nella Genova anni '50, e finisce a colori tra il verde dell'Agnata, in Sardegna. E che scrorre tra foto di Fabrizio ancora Bicione - i bagni d'estate con il fratello Mauro, la prima comunione e i giochi nella campagna astigiana con Nina Manfieri, la bimba che tanti anni dopo diverrà una struggente canzone: Ho Visto Nina Volare. Scorre tra quelle foto d'antan e i suoi fogli sparsi, i primi testi messi giù d'un fiato, quasi scarabocchiati e diventati alla fine La Guerra Di Piero o La Ballata Dell'Amore Perduto.
Un libro pieno di tutto, un libro com'era Fabrizio. Dove c'è il primo incontro con Dori: «La prima volta che l'ho vista ho pensato che mi sarebbe piaciuto farci all'amore». E i loro giorni da prigionieri dell'Anonima Sarda, nel '79: «Dori e io abbiamo passato quattro mesi come cani, o peggio. Il cappuccio ce lo mettevano subito, quando schiariva, un solo buco all'altezza della bocca per respirare, e ce lo toglievano per farci mangiare».
Ma dove c'è pure il suo rapporto complicato con Dio, che «non rassomiglia affatto a quello dei cattolici, né a quello dei musulmani, né a quello degli ebrei. Il Dio in cui nutro speranza non ha mai suggerito ai loro seguaci i sentimenti della calunnia, dell'odio, della vendetta».
Un libro che racconta ogni canzone, la sua gestazione, e dove le note si affacciano sul rigo come le prostitute in via del Campo e negli altri carrugi. «La musica? Mi sedusse un po' alla volta come una t***a prudente. Cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne balbuzie e piano piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto elementare, era comunque il mio». E dove si capisce perché Marinella e Bocca Di Rosa, fino a Princesa, saranno sempre le sue preferite, altro che «le ragazze di buona famiglia, rattrappite nei loro abitini di raso lucido alle feste della Genova bene da cui si usciva con l'insopportabile sensazione che la mano di lei, sempre fredda e sudata, fosse la zampa di un capretto in attesa del sacrificio». E fonti asciutte d'ispirazione. [...]
Altro che Una Goccia Di Splendore: viene giù uno scroscio di emozioni da questo libro che suona definitivo e non tanto perché rifà la storia di ogni disco e foto. Non è questione di completezza, non solo.
C'è una morale laica che gocciola da queste pagine di confessioni, poesia e inquietudine: un invito «a sottrarsi al ronzio indistinto» di questi tempi, praticando la solitudine, che ti aiuta a crescere, come «unica salvezza». Una sorta di raccomandazione, postuma e profetica assieme, fatta alla sua maniera: suggerita sottovoce, tra le righe, prima di farsi da parte, indimenticato, con quelle stesse parole - «Ho parlato troppo, belin, me ne vado» - che chiudono il libro e lasciano spalancata la voglia di risentirlo.
Estratto da: Corriere della Sera Magazine n.45 dell'8 novembre 2007 | pp.133/134
Fabrizio De Andrè, UNA GOCCIA DI SPLENDORE
Rizzoli Editore, 45 euro | in uscita il 14 novembre
Links: www.fondazionedeandre.it | www.viadelcampo.it

