Contributi
17/10/2011
Il ragionier Vittorio va alla manifestazione
Un racconto pensato per le strade di Roma, fra indignati, incappucciati, polizia, e tutti noi in mezzo

di Luca Palladino

Il ragionier Vittorio è un ragioniere e va alla manifestazione. Il ragionier Vittorio non ricorda l’ultima volta in cui è stato ad una manifestazione, è passato troppo tempo o troppo poco, di tempo. Non ricorda, tutto qui. E se non ci fosse mai stato alla manifestazione? In effetti il ragioniere sembra impreparato e sprovveduto; per esempio non sa come vestirsi per andarci, alla manifestazione. E questo è senz’altro un indizio. Ma non chiedete al ragioniere di indossare un vestito ad hoc per manifestare, non capirebbe. Egli veste casual. Il suo vestiario non può prescindere da una camicia a righe e un gilet sopra la camicia a righe, indossati come se fosse l’ultimo dei problemi indossare un indumento a righe.

Sono le 10 della mattina e il ragionier Vittorio pensa alla manifestazione che verrà mentre si fa la barba meticolosamente.
Vittorio manifesta oggi. Vuole manifestare davvero e per davvero e non importa se è impreparato su come si manifesta. Vuole pro-te-sta-re. Vuole protestare contro la casta, ma non la casta in generale. Si schiera contro una casta in particolare, quella dei moralisti. Coloro che si nascondono dietro le gonne dei puttanieri. Coloro che “non si può†scuotendo l’indice della loro mano destra, quella con cui si masturbano pensando a tua madre. Il Vittorio ha preso questa decisione irrevocabilmente, è bene riconoscergli una certa coerenza.
E dato che la manifestazione indetta è una manifestazione anticasta, almeno egli pensa sia così, lo dicono i media mainstream, il ragioniere manifesta oggi, che è il 14 ottobre dell’anno 20...

Esce di casa, il Vittorio, vestito alla sua maniera e serafico. Le mani le tiene in tasca e non perché è superstizioso. L’appuntamento, lo dicevano in ufficio proprio ieri, è alle ore 14 in Piazza della Repubblica, Roma. C’è il sole il 14 ottobre.
Vittorio arriva in Piazza della Repubblica con il sole un po’ prima delle 14, perché lui, è noto a tutti, è puntuale. E’ contento perché lungo il tragitto non ha incontrato turisti, derelitti e autoblù. C’è molta gente in Piazza della Repubblica. Molto più di molta. E’ una folla oceanica, è una moltitudine. Il ragioniere sembra spaesato, non sa dove mettere il suo corpo. Non sa che spazio occupare, non si aspettava tutta questa massa ad occupare spazi.
In Piazza ci sono dei camion, persone sui camion, casse stereofoniche sui camion; musica dai camion. Parlanti parolieri e parlanti parolai. Donne, uomini, bambini, palloncini. Vittorio ha una sensazione tutta strana. Una vaga sensazione di serenità. Non gli era mai successo di sentirsi sereno in mezzo a così tanta carne.

Il ragioniere Vittorio vaga per la Piazza. Decide di fermarsi. Partecipa ad un discorso tra un tizio e una tizia ascoltando.
Tizio: Sai che c’è Annarè?
Tizia: Dimme, Pierpà.
Tizio: No, volevo fare ‘na considerazione.
Tizia: E falla, Pierpà.
Tizio: No, perché ce chiamano indignados de qua, indignados de là; a me me pare, Annarè, che qua ce stanno li soliti compagni de sempre.
Tizia: C'hai ragione Pierpà!
Il discorso se ne va e Tizio e tizia prendono a baciarsi facendo rumore di baci sotto li occhi imbarazzati e imbarazzanti del nostro, che quatto si allontana dalla scena. Vittorio si sposta. Si rammenta di essere venuto in Piazza per uno scopo ben preciso. Non può perdere tempo con i sentimentalismi. Va in cerca dell’anticasta, perché lui è alla manifestazione anticasta. Incontra un gruppo massiccio di giovani intenti a cantare una canzone con tanta anima, come se fosse un inno nazionale. E’ una canzone molto bella, dice “bella ciao†nel suo ritornello, e il ragioniere non sa dove l’ha già sentita, poiché è sicuro di averla già sentita.

Il ragionier Vittorio si ritrova all’inizio di via Cavour (da dove partirà la manifestazione), pensando a dove si sarà cacciato il gruppo anticasta, dato che questa è una manifestazione anticasta.
Vittorio osserva. In mezzo a lui ci sono tante persone e bandiere. Le bandiere sono rosse con in mezzo un simbolo e una scritta, “FIOMâ€. (Vittorio è capitato nel corteo della FIOM, Federazione Impiegati Operai Metallurgici). Sono tanti e determinati. Parlano con un accento del nord d’Italia. Vittorio non sa se chiedere o meno alle persone che ha accanto, una in particolare, il significato della parola FIOM, che magari poi è un acronimo. Ci pensa. Ci sta ancora pensando quando ha già percorso una parte di via Cavour (il corteo collettivo è iniziato). Non lo chiede in fin dei conti.
Vittorio decide di defilarsi. Si muove lungo il lato destro del corteo. Si ferma. E’ ancora in cerca dell’anticasta. Cerca scritte inequivocabili tipo “basta castaâ€, ma non le trova. Ce ne sono tante di scritte, ma non inequivocabili. Per esempio “eat the rich†( il signor Vittorio lo sa l’inglese) è una scritta inequivocabile, sì, ma non così tanto inequivocabile; i ricchi sono troppi e potenti per essere una casta definita. O comunque nessuno ci aveva mai pensato che i ricchi potessero essere una casta. Non sono mai stati nominati nell’elenco caste. C’è un’altra scritta che è altrettanto inequivocabile ma non così inequivocabile: “la borsa o la vitaâ€.
Vittorio vede scorrere il corteo collettivo nelle sue differenti anime. C’è una banda che intona la canzone che ha già sentito poco prima, ma non sono più tanto giovani quelli che la cantano. E la cantano anch’essi a squarciagola, come se fosse un inno nazionale per davvero. C’è una bandiera rossa con scritto “COBASâ€. E un’altra, anch’essa rossa, con un simbolo inequivocabile ma non così inequivocabile. C’è una bandiera bianca con una scritta rossa, “NO TAVâ€. In uno striscione con lo sfondo bianco c’è scritto “brigate Monicelliâ€. E poi ci sono dei ragazzi che indossano dei libri a mo’ di scudi: Luther blisset, Orwell, Nabokov, Spinoza. C’è una locomotiva di cartone. E poi c’è una signora che vuole rendere noto a tutti che è indignata e incazzata, anche se ha troppo sorriso per farci credere che sia così. Dell’anticasta neanche l’ombra.

Vittorio inizia a pensare di non essere alla manifestazione giusta, definitivamente. E’ in atto una protesta attorno a lui che va oltre la casta. Sembra un movimento che è già andato oltre l’attuale governo e le sue storie amorose. C’è aria di rivoluzione che non c’è mai stata.
E non è neanche così male non aver trovato l’anticasta, pensa il Vittorio. E lo pensa nonostante questo gli costi un urlo impreparato, lui si era preparato ad urlare in un senso più ristretto, un urletto. Era una questione particolare la sua, mica collettiva.
Mentre pensa a tutto questo, un gruppo di persone vestite di nero lo spintona (Vittorio è stato appena spinto da quelli che i giornalisti chiamano blocco nero, pur non sapendo niente di questo movimento e delle sue strategie; per esempio il blocco nero non va mai contro le forze dell’ordine, per esempio). Vittorio si spaventa ma subito si ricompone.
Il ragionier Vittorio sorride alla folla, è proprio una bella festa, pensa. Vittorio vorrebbe conoscere qualcuno per esprimere le sue emozioni del momento. Vittorio si guarda attorno e pensa: “magari ci fosse una bella ragazza con cui condividere questa mia gioiaâ€. Vittorio viene nuovamente urtato, ancora ragazzi vestiti di nero (Vittorio viene nuovamente spintonato da quelli che i giornalisti chiamano il blocco nero in modo inappropriato. Per esempio il blocco nero non va mai contro gli altri cortei, per esempio). Il ragionier Vittorio si ricompone dopo essersi nuovamente spaventato.
C’è una persona su un camion che lo incuriosisce. E’ un ragazzo con i capelli bianchi e gli occhiali e sta sul camion con il microfono in mano ad incitare la folla a ritmo di musica e di strofe: “bum bum, potere alla parolaâ€, dice. Ci sono tante persone che ballano dietro quel camion, ed è bello osservarli. Ed è ammirevole il fatto che riescono a divertirsi nonostante quello contro cui manifestano sia questione di vita o di morte.

Il ragionier Vittorio si accorge di essere in piedi da un bel po’. Se ne accorge perché ha appena guardato l’orologio. Si è accorto anche di avere mal di schiena, dopotutto. E magari se non avesse avuto l’orologio al polso neanche se ne sarebbe accorto di essere in piedi ed aver mal di schiena. Decide di risalire il corteo. Decide di tornare da dove è partito. Vittorio non ce la fa proprio ad arrivare in Piazza San Giovanni, che è la piazza dove gli organizzatori hanno stabilito l’arrivo del corteo. Quando il Vittorio ha male alla schiena, e gli succede sovente, è solito recarsi in un centro massaggi. E’ un centro massaggi cinese, o forse no. Il fatto è che le massaggiatrici sono cinesi. Gli dispiace proprio al Vittorio lasciare tutta questa umanità. Gli dispiace lasciare i compagni, che poi non sono altro che coloro che mangiano lo stesso pane (il Vittorio lo ha studiato il latino). D’altra parte chissà cosa saremmo se non ci fossero li compagni e tutto il pane che hanno mangiato insieme. Le lotte pagano dopotutto. Vittorio adesso si sente un compagno, nel senso che condivide il tema di questa protesta. Questa è una manifestazione, e lui lo ha capito benissimo, contro un sistema che ha fallito. E’ una manifestazione anticapitalista, è inutile girarci attorno. Qui si vuole mangiare i ricchi definitivamente. Si vuole difendere il caro vecchio stato sociale. Ci si vuole riappropriare dei beni comuni e del futuro delle proprie vite; ci si vuole riappropriare dell’utopia.

Il Signor Vittorio, camminando e pensando, è arrivato dove era partito, piazza della Repubblica. Si volta un’ultima volta a vedere il corteo e tutta quella umanità che ti fa, finalmente per una volta, essere fiero di essere italiano. E’ sempre più immenso il corteo visto da lontano. Il Signor Vittorio all’orizzonte vede del fumo nero provenire da Piazza San Giovanni, sorride compiaciuto: “saranno i soliti festosi roghi delle festeâ€.

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