Era un omone, Carl Barks, con il volto incorniciato dai baffi e da un paio di lenti spesse. Ma a osservarlo attentamente, si potevano quasi scorgere il becco e i piedi palmati.
Era lui, l'uomo dei paperi: l'autore che più di ogni altro ha reso Paperino e Zio Paperone due icone dell'immaginario popolare del Novecento.
Arrivato negli studios della Walt Disney nel 1936, Barks lavora per un breve periodo come animatore, realizzando alcuni cortometraggi che vedevano protagonista Paperino. Nel 1942, il grande salto verso le pagine a fumetti: è amore a prima vista.
Per quasi un quarto di secolo, Barks disegna instancabilmente paperi, dando nuova vita e personalità a Paperino, che grazie a lui diventa il personaggio più amato di casa Disney, con buona pace del noioso e perfettino topo dalle orecchie tonde. Prima di Barks, lo zio di Qui, Quo e Qua era solo un fastidioso volatile, con un pesante difetto di pronuncia. Dopo Barks, è straordinariamente umano, al centro di un universo di relazioni in cui ogni lettore poteva ritrovare se stesso.
Barks non si è limitato a dare nuovo impulso alla tradizione: ha inventato comprimari immortali, come Gastone (Gladstone Gander, in Wintertime Wager, del 1948), Archimede (Gyro Gearloose, in Gladstone's terrible secret, del 1952) e la Banda Bassotti (Beagle Boys, in Terror of the Beagle Boys, del 1951). Ma soprattutto, Paperon De' Paperoni (Scrooge McDuck, in Christmas on Bear Mountain, del 1947), che si presenta ai lettori così: "Eccomi qua, nella mia comoda dimora, aspettando che passi il Natale! Bah! Che stupida festa, in cui tutti si vogliono bene! Ma per me è diverso! Tutti mi odiano e io odio tutti! E tutti a comprare regali... Pare che si divertano! Non mi sono mai divertito, io!" Alla faccia degli eroi positivi che vengono propinati di solito ai bambini.
Ogni personaggio di Barks era una maschera infantile, attraverso cui mettere alla berlina spicchi della società del secolo scorso, a volte con sorprendente ferocia.
Il più grande autore di casa Disney muore nel 2000, a 99 anni, dopo aver chiesto ai medici di sospendere le terapie per la leucemia di cui da tempo soffriva. Il suo ciclo di storie di paperi rimane un classico del Novecento, da passare alle generazioni future.

