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Le bombe alla Boston Marathon, i flashback dell'11 settembre

di Marina Viola dall'Ammmerica
| News | Cose dall'altro mondo | 0 commenti

Il diario dell'attentato di Boston, da Marina che c'era

Ero contenta che la mia amica Paula fosse arrivata dal Canada a Boston, sabato, a fare il tifo per la sua amica della Nuova Zelanda che partecipava alla maratona. L’incoraggiamento era intensificato e maggiormente giustificato dal fatto che la neozelandese avesse appena superato con forza e dignità una doppia mastectomia. Insomma, nell’aria c’era euforia, voglia di partecipare, affetto.

Mi chiama dalla metropolitana,sconvolta. Dice che dopo lo scoppio delle due bombe non è più riuscita a sentire la sua amica. Girava per la città, attonita. Lei, come migliaia di persone alla ricerca dei propri cari. Il mio telefono ha cominciato a squillare: mia madre, le mie sorelle tutte, mia zia, i miei amici, quelli di Boston, quelli di Milano e soprattutto quelli di New York, con cui passai ore terrificanti quel maledetto undici settembre.

È tornata nell’aria quella paura che avevo messo da parte. Non c’è niente di più terrificante che sentirsi in pericolo nella proprio città. È come quando ti rubano in casa: ti senti violato, ti senti vulnerabile. Hai paura che da ogni angolo possa saltar fuori qualcosa. Poi razionalizzi, ti calmi. Lo fai per i bimbi, lo fai per te stessa. Ma è orribile.

C’era una mia amica che era proprio lì oggi, a vedere le persone cha arrivavano al traguardo, stanche ma felici. Ha prestato il suo telefonino a tutti quelli che arrivavan odi corsa, senza fiato, così che potessero telefonare alla loro famiglia e dire che stavano bene. Ci sono maratoneti che hanno finito la loro corsa all’ospedale, a donare sangue per le vittime. Ci sono migliaia di bostoniani che hanno offerto alloggio a chiunque abbia bisogno. Ne sentiremo tante di queste storie di solidarietà, di paura condivisa con perfetti estranei. Perché quando ti vengono a dire che ci sono delle bombe in giro per la tua città, ti viene paura a stare fuori, a scappare e anche a stare fermo. Ti regoli soltanto da quello che fanno le persone attorno a te, e se vedi atti di umanità ti senti un po’ meno vulnerabile. Perché è vero che ci sono persone che mettono le bombe, ma ce ne sono molte altre. La maggior parte, grazieaddio.

Per ora sono stati trovati cinque ordigni, che fortunatamente la polizia è riuscita a far detonare. Insomma, sembra quasi che alla fine dobbiamo anche dire: è andata bene, sarebbe potuto essere molto peggio. Non lo pensano i genitori del bimbo di otto anni ucciso oggi a Copley square, dove due bombe sono esplose. Non lo pensano le persone rimaste mutilate, senza una gamba, una mano, un braccio, o quelle ferite meno gravemente. Non lo pensano tutti quelli che stanno andando freneticamente di ospedale in ospedale a cercare un loro caro. Non lo pensano i medici e gli infermieri del Children’s Hospital, o quelli del Massachusetts General Hospital, o i poliziotti che cercano in ogni cassonetto altre possibili bombe, sperando di non saltare in aria.

E non lo pensiamo noi che abitiamo a Boston. Perché dopo un atto del genere, sappiamo che tante cose cambieranno: non solo sarà diminuita la nostra libertà, dati i mille controlli che si faranno in più negli stadi, all’aeroporto, nei luoghi pubblici in generale, ma soprattutto per l’ansia nuova che avremo, pensieri mai avuti prima, ogni volta che prenderemo la metropolitana, o attraverseremo qualche ponte. Dopo l’undici settembre, ricordo che per mesi non ho preso la metro per paura di saltare in aria.

Sono paure vere, da palmi delle mani che sudano. Sono cose che non passano.

 
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