Leonard Cohen

di La Redazione

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Leonard Cohen

In questo periodo, i giornali americani sono inevitabilmente pieni di articoli sulle elezioni. Che poi è normale, e giusto così. Però c’è anche dell’altro. Ad esempio qualche settimana fa è uscito un lungo ritratto di Leonard Cohen sulla rivista New Yorker. E a 82 anni, uno dei più grandi cantautori della storia nordamericana ha detto al giornalista David Remnick queste testuali parole: “Sono pronto a morire”.

In effetti le canzoni del suo ultimo disco dicono più o meno le stesse cose: me ne vado dal tavolo, la partita è finita, spero che ci siamo voluti bene, cose così…

Però. Qualche giorno dopo quell’intervista sul New Yorker, Leonard Cohen ne ha rilasciata un’altra, in cui ha dichiarato: “Ho detto che ero pronto a morire, ma credo di aver esagerato.”

Ecco. Leonard Cohen parla della morte nelle sue ultime canzoni, che come sempre assomigliano spesso a delle vere e proprie preghiere. Ma dopo ogni parola triste ne arriva sempre una ironica. Perché in fondo l’ironia è l’unico modo per sopravvivere alla vita, no? Anche a 82 anni. Soprattutto a 82 anni.

Si intitola You want it darker, il quattordicesimo album di Leonard Cohen. Non è una domanda, è un’affermazione. Il pubblico lo vuole più oscuro e triste, sempre di più. Lui lo sa, lo dice e lo fa. E per uno che è sempre stato accusato di scrivere canzoni per tagliarsi i polsi, un titolo così è un bel punto di ironia. Inoltre se tre giorni prima dell’uscita del disco, dal suo sito ufficiale, Cohen ti lancia un remix della title track firmato da Paul Kalkbrenner… diventa tutto molto più divertente. Altro che morti.

E no, non c’è il remix di Kalkbrenner, dentro il disco. You want it darker ha dentro le cose che ti aspetti. La chitarra che fa canto e controcanto, le melodie semplici e epiche. La voce che sembra Tom Waits che canta Serge Gainsbourg. Poi ci sono quei testi, quelle poesie che Cohen dice di impiegare mesi a scrivere. Non è che sia una formula particolarmente nuova. È solo un disco bellissimo.