Arte, cine, teatro
15/02/2012
Da vedere: A.C.A.B.
Il cinema visto dalla Smemo. Recensioni di film, telefilm e microfilm

di Laura Giuntoli

Le guardie armate (di manganello) suscitano antipatia: è un dato di fatto. E A.C.A.B, opera prima del regista Stefano Sollima tratta dall'omonimo libro-inchiesta del giornalista di Repubblica Carlo Bonini, non poteva certo passare inosservata. A Milano il 24 gennaio, davanti alla Libreria Feltrinelli di Porta Venezia la presentazione del libro e del film, è stata accolta da una ventina di aderenti al collettivo ZAM (Zona Autonoma Milano) con fumogeni, petardi e striscioni: "Se il mondo vi odia ci sarà un perché". Dunque: ma perché? Nel film la risposta a questa domanda non c’è. C’è molto di più.

Per due motivi.

Uno: A.C.A.B. è un bel film. Sollima mette a frutto l’esperienza maturata nella serie di “Romanzo criminale”, dove aveva già dato prova di grande maestria nel raccontare la malavita de noantri, e mette in scena con equilibrio, senza mai strafare, gli stilemi del genere poliziesco: cupa ambientazione urbana, narrazione scandita da crude scene di violenza, ritmo incalzante. Racconta Roma e periferia vista da sotto il casco dei membri del VII Nucleo di Polizia, passando attraverso noti episodi di cronaca nera: l’uccisione dell’ispettore capo Filippo Raciti del 2007, lo stupro e omicidio di Giovanna Reggiani, la tragica morte di Gabriele Sandri. La colonna sonora è cattiva quanto basta: Police on my back dei Clash, All Cops Are Bastards dei 4 Skins, Snow dei Chemical Brothers e Seven Nation Army degli White Stripes.

Due: il punto di vista della storia è quello che non ti aspetti, che ti da fastidio, che non riesci a condividere. D’improvviso ti ritrovi nei panni sporchi e cattivi di cinque "Celerini figli di puttana", che poi è anche il titolo del motivetto-mantra che apre il film. Sono Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro), Mazinga (Marco Giallini) e Adriano (Domenico Daniele). Sfollano sfrattati, menano ultras, spaccano le ossa agli extracomunitari, manganellano manifestanti. Ricevono a loro volta botte, sputi, bombe carta. Sono malpagati, frustrati, tenuti a distanza dagli altri poliziotti, schifati dai loro stessi familiari. Impossibile decidere chi è vittima e chi è carnefice.

Vedere A.C.A.B. è un’esperienza alienante, conduce lo spettatore in una spirale di odio senza ritorno, subito e inflitto attraverso la violenza nella sua forma più primitiva. Perché la morale nel reparto celere è assente, sostituita da un codice d'onore che inneggia al fascismo: la sopravvivenza del branco prima di tutto, a costo di tutto. E il branco non ha niente a che fare con l'autorità e la legge: l'unica giustizia possibile è quella personale, perché un celerino - anche quando si toglie la divisa - può contare solo sui propri fratelli celerini.

A.C.A.B. è una discesa nel mondo oscuro del reparto mobile, il braccio armato del potere che fa il lavoro sporco in cambio di qualche osso da rosicchiare con i pochi denti rimasti. "Sicuramente ci sarà qualcuno, com’è già successo all’uscita del testo, convito che Acab voglia togliere la museruola al rottweiler che è in noi” ha detto Bonini. Noi crediamo di no. Dopo il film nessuno sano di mente tornerà a casa con la voglia di manganellare il gatto.

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