Quel giorno
Mi sveglio di colpo, è notte fonda e sto sudando. La testa confusa e le mani tremanti. Sento un dolore nel petto fortissimo, come se stesse scoppiando e nel buio l’immagine di un volto sembra illuminata a giorno.
Non capisco, conosco quell’uomo nei miei ricordi di bambino ma non capisco la prepotenza del suo apparirmi.
Scendo le scale nel silenzio interrotto solo dal battito del mio cuore.
Apro il frigo con una calma apparente impressionante, la mia mano afferra sicura il succo di frutta. Risalgo le scale nel medesimo silenzio e mi rimetto a dormire.
E’mattina, sento l’animo agitato e strano. Sono a lezione di filosofia e la mia mano automaticamente continua a disegnare quel volto quasi sconosciuto in ogni foglio.
Non comprendo. Finalmente la campanella. Torno a casa. Pranzo, e facendo finta di nulla, chiedo a mio padre informazioni su quell’uomo di cui non ricordo nemmeno il nome, che però ha certamente frequentato la nostra casa in qualche periodo di tempo lontano.
Mio padre rimane stranito dalla mia domanda. Poi dopo circa trenta secondi risponde che si chiama Francesco, che era una specie di vecchio parente e che quand’ero più piccolo spesso mi portava a prendere il gelato, finchè affetto da una grave malattia non era stato ricoverato in una casa di cura vicino a Viterbo ed ormai si trovava li da anni.
Chiedo permesso ed esco.
L’aria calda accarezza il mio corpo ed il profumo di primavera insiste all’interno delle mie narici.
Prendo la moto. Mi infilo in uno sterrato e inizio a correre.
Le lacrime riempiono insistenti il mio viso, e prepotenti si infilano nella mia bocca, con quel loro sapore salato. Non ci vedo quasi piĂą, mi fermo e senza motivo continuo a piangere sino a che, il cielo si dipinge di quei tenui colori che scaldano il cuore, ed io piĂą calmo torno a casa.
I giorni passano ed io cambio. Mi sento nervoso, un astio ingiustificato per i miei genitori s’impadronisce di me, persino nei confronti della mia sorellina che non ha nemmeno dieci anni e che sinceramente è proprio una brava bimba, una di quelle bimbe che i fratelli maggiori li lasciano stare probabilmente convinte che il loro mondo sia ancora troppo complicato e distante dai giochi.
Non mi concentro più, m’importa poco delle cose, inizio ad andare male a scuola, a vestirmi a caso.
Il volto di quella notte mi è rimasto fisso nella mente e non so come e perché riesce ad imprigionare ogni mio pensiero, come se fosse un filtro, tutto passa attraverso i suoi occhi.
Finalmente le vacanze estive. parto con la mia famiglia per il lago.
Tutto come ogni anno, ma qualcosa è fuori posto, non c’è più la stessa armonia, il sole non scalda, ed il viso non ride.
I miei genitori ad ogni discussione insensata che instauro si dicono l’un l’altro di darsi pazienza, che probabilmente è solo l’adolescenza, ma io non penso sia così.
Il filo della mia canna da pesca è statico come tutto ciò che mi circonda. Mi addormento sulla sabbia fangosa del lago, in quell’ansa deserta. Sudo…quasi urlo mentre di nuovo mi sveglio con il viso tutto bagnato.
Un’immagine viscida, mi accarezza, mi sussurra parole dolci, alle mie orecchie tremende ed orribili. Sento la sua saliva appiccicosa sul mio corpo, sento il mio cuore battere, il suo respiro affannoso, le sue mani pesanti. Sento l’odore acre tramortirmi la mente e la paura impadronirsi di me. La sento gemere di piacere, ed il peso del suo corpo schifoso sopra di me.
Sento i movimenti devastanti, vedo quegli occhi vogliosi penetrarmi, sento il putrido invadermi.
Corro a casa sconvolto e me ne vado in camera. Dormii sognando il nulla.
E’ di nuovo giorno. Meccanicamente preparo uno zaino infilandoci un paio di mutande, un paio di jeans, mi chiudo la porta dietro le spalle, salgo su un treno per Viterbo con cambio a Roma.
Il mio iPod è a tutto volume, il telefono morto nello zaino ed i cinquanta euro che possedevo non li ho più.
Sono giĂ quasi cinque ore che sono dentro questo schifo di treno, il suo odore non sa di viaggio, ma solo di pensieri tristi e stantii. Viterbo. Non sono stanco, sono in una specie di stato catatonico.
Qualcosa mi guida verso un bar, entro. Non ho soldi nemmeno per un caffè, ma ci sono le pagine gialle lì in bella vista, le sfoglio e cerco “case di cura”. Quattro.
Chiedo informazioni per la prima e mi incammino.
Le gambe mi dolgono un po’, un alto cancello si erge dinnanzi a me, aperto.
Regna la pace. Intravedo delle figure eteree che camminano nel parco, come se non esistessero davvero.
Qualcosa mi spinge alle spalle, entro. Arrivo dinnanzi una villa grande ma fatiscente, con la facciata che ricorda nobili tempi andati, giro la testa alla mia sinistra e lo vedo.
Quell’immagine schifosa di colpo prende forma. Il corpo dilaniato, incastrato in una sedia a rotelle, consumato, ma il volto, quel volto identico.
Tutto riaffiora nella mia mente. Le passeggiate in collina, i gelati sempre troppo amari, la sua macchina, l’odore delle sue mani.
Tutto riaffiora nella mia mente.
Non so da quanto tempo sono qui immobile ad osservare il mio carnefice. – cerca qualcuno?-, un infermiere dal volto dolce interrompe il mio viaggio nel passato.
No, non cerco nessuno, solo di riempire un vuoto nei miei giorni. Non cerco nessuno.
Me ne vado. Riprendo il treno per il lago e una multa.
Ormai il buio è calato da molto. Apro la porta. Mia madre e la mia sorellina singhiozzano.
Taccio. Le stringo forte forte. Guardo mio padre e gli accenno un sorriso e me vado a dormire.
Non parlammo mai di quella giornata. Non so cosa pensino mi fosse successo. Magari crederanno sia stato con qualche ragazzina o a far baldoria con qualche amico. Non lo so. Non mi chiesero mai nulla, forse anche loro spinti al silenzio da quella forza strana.
Io ora non sono diverso. Non cerco vendetta, perché la vita mi ha già vendicato. Non mi sento meno uomo, anzi. Mi sento più forte perché conosco il dolore, quel dolore incomprensibile che alcuni si portano dentro in silenzio, quel dolore che non fa urlare ma che riveste ogni cosa, quel dolore che è segretamente custodito nell’animo. Con la mia famiglia dopo quel giorno tutto si risistemò ed i miei continuarono a credere che quel periodo “brutto” fosse solo una crisi adolescenziale ed io glielo lasciai credere. L’unica cosa che è cambiata davvero in me è il senso di protezione per la mia sorellina, con la quale adesso passo molto più tempo.
Ogni tanto ripenso a quell’uomo in quella sedia a rotelle e sento solo pena, tanta pena e sento giustizia, quella giustizia vera che solo quella strana forza mi ha potuto dare.

