No, non è stato il concerto della settimana e manco quello del mese, ma, ad essere stretti si è trattato del concerto dell'anno.
Del resto lo scenario era splendido (l'Arena di Verona, poco usata, purtroppo, per concerti di musica contemporanea) e la band era una delle sette meraviglie del rock: The Who, direttamente dagli anni Sessanta con furore per l'unica data italiana del loro tour. Data maledettamente bagnata, con tuoni e fulmini a rendere ancora più eccitante la serata e la voce di Roger Daltrey che se ne va dopo soli quattro energici pezzi e la pioggia sempre più insistente.
È un fuggi fuggi generale con mantelline a ruba e ombrelli aperti. I valorosi tecnici coprono tutto, alcuni asciugano il palco con scope e asciugamani, mentre il pubblico rumoreggia e invita il gruppo a riprovarci. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, la quasi rinuncia a suonare e le scuse del grande Pete Townshend (assieme a Daltrey, l’unico rimasto della band originaria), il concerto miracolosamente riparte.
Una performance ai limiti, con la voce roca del generosissimo cantante più volte sostituita da quella di Townshend e dal pubblico bagnato fradicio, la pioggia insistente - smetterà solo a fine esibizione - e le luci dei lampi a gareggiare con quelle dello spettacolo.
Commovente l’impegno dei The Who a portare a termine il loro lavoro, nonostante gli acciacchi dell’età e la sfiga del tempo. Un impegno, mi si passi il paragone, alla Homer Simpson, grande fan del gruppo. Ed è proprio il pezzo favorito dall’antieroe dei cartoni animati, Magic Bus, a risuonare con più vigore rendendo unica la serata; la voce roca di Daltrey pare un omaggio indiretto all’Homer più sfortunato e pasticcione.
Non sono da meno My Generation, The Kids Are Arlight, e Won't Get Fooled Again e altri classici in grado di spazzare via la pioggia dalle nostre menti, ma non certo dai nostri corpi sempre più bagnati. Spettacolare come sempre Townshend, la mente della band, che oltre ai suoi saltelli e ad assolo di chitarra che da soli valgono il biglietto, canta più di una canzone. Dietro a lui un gruppo onesto, composto dall'eccellente Pino Palladino al basso, Zac Starkey alla batteria (è il figlio di Ringo Starr), John "Rabbit" Bundrick alle tastiere e Simon Townshend (fratello di Pete) alla chitarra e voce.
Se all’epoca incendiavano gli strumenti, spaccavano le chitarre e facevano saltare la batteria, oggi hanno dimostrato coraggio e umiltà da vendere. L'abbraccio finale tra i due vecchi amici è stato molto tenero, e se non fossi un alligatore vi direi che mi è quasi scappata la lacrimuccia.
Grazie, The Who.
È bello sentirsi una volta nella vita come un Homer Simpson. Bagnato ma felice.
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