Che non fossero più solamente «una teenband da mossette e copertine» lo avevano dimostrato con Never Gone, l'album che nel 2005 ha segnato il loro inaspettato ritorno (a 5 anni dall'ultimo inedito Black & Blue) e il loro ancor più inaspettato cambiamento di stile. Il tentativo di lasciarsi alle spalle il loro passato tutto "occhioni dolci e zucchero filato" aveva, è vero, lasciato piuttosto perplessa - ma pur sempre spiazzata - la critica, ma aveva invece convinto pienamente milioni di appassionate sostenitrici in tutto il mondo, ben felici di poter finalmente riabbracciare (virtualmente parlando) i propri idoli sulle note di brani più sostenuti e più 'adulti'.
Oggi, forti del nuovo album Unbreakable in uscita il 26 ottobre e benché rimasti orfani di Kevin Richardson, i Backstreet Boys proseguono in questo processo di crescita artistica affidandosi a produttori plurireferenziati (già fautori, tra gli altri, dei successi di Celine Dion, Bon Jovi, Sheryl Crow, Kelly Clarkson e Hilary Duff) e ad un'immagine più sofisticata ma, al tempo stesso, più 'friendly'. E se all'epoca di Quit Playin' Games e I Want It That Way era davvero difficile credere che non fossero gli ennesimi bambolotti di cartapesta abilmente manovrati - in sala d'incisione così come davanti a fotografi e giornalisti - dai manager, adesso non si può non riconoscere loro il merito di provare a fare realmente qualcosa di più, in termini strettamente musicali, del posare per dei poster con abitini ultraglamour.
Va detto, innanzitutto, che le 17 tracce di Unbreakable (16 + una intro gospel di 58 secondi) sono un segnale di 'buona volontà ' quantomai apprezzabile in un momento in cui tutti gli album in commercio ne offrono una dozzina al massimo, ripartiti in un paio di singoli radiofonici e dieci riempitivi amorfi. Quantomeno, su 16 brani, le possibilità di trovarne qualcuno al di sopra della media standard - e tale, dunque, da giustifcarne la spesa - aumentano di qualche punto percentuale.
La tracklist, tuttavia, è piuttosto sbilanciata (i pezzi migliori all'inizio, quelli peggiori alla fine), con il risultato che la prima metà dell'album è decisamente più scorrevole della seconda e che, da You Can Let Go in poi, la riaffermata «maturità » del gruppo inizia ad affogare nel più classico teenpop da boyband (Trouble Is, Love Will Keep You Up All Night, Unmistakable, Unsuspecting) e viene tenuta a galla quasi per inerzia dai ritmi solo vagamente più incisivi di Treat Me Right e In Pieces.
Peccato, perché la prima impressione, fino a You Can Let Go appunto, era tutt'altro che negativa.
Al di là di Inconsolable, singolo prescelto per il lancio dell'album e decisamente migliore nella versione remixata da Jason Nevins piuttosto che in quella originale, brani come Everything But Mine, Any Other Way o Panic si prestano volentieri a più di un riascolto e a più di un movimento di bacino davanti allo specchio con lo stereo a palla. La stessa Helpless When She Smiles, pur essendo una ballad contaminata di chorus un po' troppo banali, dimostra comunque la ricerca di soluzioni meno infantili rispetto ad analoghi prodotti per analogo target.
In definitiva, un sequel di Never Gone riuscito solo in parte e sicuramente meno 'sorprendente'.
Il mix di sonorità incisive e atmosfere melodiche rimane tale solo sulla carta, vista la sequenza con cui le canzoni sono state ordinate che crea una frattura piuttosto netta tra stato di veglia e stato di sonno. Non un passo indietro, quindi, ma neppure un passo avanti.
Per capire quanto veramente facciano sul serio i "nuovi" Backstreet Boys, insomma, è tutto rimandato al prossimo album...
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