I Laundrette sono sicuramente una delle band più alternative del panorama italico. Dopo un decennio e passa di concerti e dischi (si sono formati nel '93 e inciso il primo disco nel '97), sembrano ora aver raggiunto una certa stabilità emotiva ben rappresentata dal recente A State Of Form, dato alle stampe da Black Candy con distribuzione Audioglobe.
La loro musica è un forte concentrato di emozioni soft unite a suoni a tratti duri e spigolosi a tratti melodici da morire. Da questo si capisce la loro naturale predisposizione al suonare dal vivo come hanno fatto fin dagli inizi calcando il più possibile i palchi di tutta la penisola.
Il power trio marchigiano, composto da Marco Carlini (batteria e voce), Massimo Bartera (basso e voce) e Rino Bartera (chitarra), ha saputo rinnovarsi nel corso degli anni senza svendersi o tradire l'origine indie, mantenendo intatte le taglienti sonorità alla Blonde Redhead prima maniera. Per questa loro coerenza mi è sembrato il caso di proporre alla band di Ancona le mie solite domande tramite posta elettronica. Molto gentilmente hanno accettato di rispondere collettivamente.
Questi sono i loro consigli a dei giovani musicanti riguardo…
- Scrivere una canzone
Come nasce un vostro pezzo? Pensate prima alla musica e poi al testo o succede il contrario?
Ogni nostro pezzo nasce in sala prove, partendo da un giro di basso, un ritmo di batteria o un riff di chitarra su cui si costruisce qualcosa tutti insieme, improvvisando. Si tratta di un modo di lavorare che abbiamo quasi da sempre. In fondo suoniamo insieme da più di dieci anno e il feeling in questo senso è totale, una grande fortuna che è però anche il frutto di una perseveranza di molti anni.
I testi delle canzoni sono solo l'ultimo passaggio, quello in cui cerchiamo di far coincidere qualcosa che vogliamo dire con la forza ritmica e melodica dell'uso della voce, che è poi quello che più ci interessa quando cantiamo.
- La Politica
Bush jr passerà alla storia, oltre che per le sue vergognose guerre, anche per aver ispirato un sacco di buoni musicisti: dal Boss ai Pearl Jam a Neil Young, solo per citare i primi che mi vengono in mente. C’è un modo diretto di parlare di politica, uno più sottile, oppure si può ignorarla del tutto. Voi come vi ponete con l’argomento? Come porsi da giovani musicanti di fronte ad essa?
Nelle nostre canzoni generalmente non parliamo di politica. Non ci è mai interessato fare politica o propaganda con la nostra musica. Tutt'al più, nel nostro piccolo, speriamo di fare un po' di "cultura". Vale a dire che cercando di ricercare sempre, di evitare soluzioni banali e scontate, proviamo a dare un nostro piccolo contributo, insieme a tante band come noi, contro un appiattimento culturale che è un po' l'obiettivo che una certa classe politica si pone nel nostro paese. Questo è tutto quello che possiamo fare di buono in questo senso. Grande apprezzamento, comunque, per chi cerca di lanciare un messaggio in modo più diretto, quando questo messaggio non è scontato o "contro" in modo banale, di qualità , insomma.
Comunque, spesso, quando ci chiedono di cosa parli "Mr. Easy" ci domandano tutti se si riferisca proprio a George W. Bush!
- I concerti
Vi piace suonare dal vivo? Oppure vi sentite più a vostro agio in studio? Per chi è agli inizi quali sono gli ostacoli più difficili da superare dal vivo? In Italia si riesce a suonare bene live?
Direi che suonare dal vivo è vitale per una band come la nostra, è la nostra dimensione ideale, e soffriamo molto i periodi in cui, per un motivo o per un altro, non lo facciamo così tanto come vorremmo. D'altronde non sentiamo una così netta differenza tra la situazione live e quella in studio, se non per ovvie ragioni, dal momento che quando entriamo in sala di registrazione per incidere un disco, registriamo live, in presa diretta, suonando cioè tutti insieme. Questo proprio per trasferire su disco l’energia e le dinamiche del concerto.
Comunque non è facile, oggi più di ieri, porsi nei confronti delle strutture che fanno concerti. Noi ci siamo fatti negli anni un'eccellente esperienza live, ma oggi, all'indomani dell’uscita del nuovo album, ci siamo ritrovati di fronte ad un mercato saturo e anche un po' stanco, nonostante la mole di concerti, in cui è sempre più faticoso trovare un proprio spazio. Credo che le giovani band agli inizi trovino difficoltà ad uscire dai soliti meccanismi disco-promozione-concerti per cui suona molto chi ha il disco in promozione, che è poi quello che il nostro piccolo mercato impone. Ma questo vale non solo per le giovani band. A cui, tra l’altro, credo ci sia poco da insegnare. Vediamo infatti che si sanno muovere molto bene...
- Le case discografiche
Un giovane musicante ha in mente 10 belle canzoni. Le ha provate e riprovate fino alla noia. Suonate dal vivo nel bar sotto casa e nei circoli della propria città . Ora vorrebbe farne un disco. Cosa non dovrebbe assolutamente fare? Cosa, invece, dovrebbe fare? Il vostro incontro con Black Candy…
Beh, mi sembra che abbia fatto la cosa più importante da fare prima di incidere, vale a dire proporre e rodare i pezzi dal vivo, una cosa che abbiamo imparato essere fondamentale prima di entrare in sala di registrazione. Realizzare poi un provino dei pezzi da incidere prima di entrare in studio per cogliere le sfumature e capire se c’è qualcosa da tagliare o altro da perfezionare. Dovrebbe poi pensare a chi affidare il lavoro di produzione. L'orecchio esterno di un buon produttore/ingegnere del suono può esaltare le caratteristiche del gruppo, le potenzialità che la band non immagina nemmeno di avere, o aiutare a capire se c’è qualcosa che magari non funziona, dando preziosi suggerimenti. Non spedire infine il promo a casaccio a chiunque presenti il suffisso “records†nel proprio nome: una certa coerenza di genere e di attitudine e una reciproca stima con una potenziale label può aiutare a non sprecare tempo ed energie e a creare un buon rapporto professionale e umano con chi seguirà tutta la fase di post produzione.
Quello che è successo a noi con i ragazzi di Black Candy, tra le poche etichette a cui abbiamo spedito un nostro cd promozionale dopo averlo inciso.
- 21 giugno
Il 21 giugno, giorno della Festa Europea della Musica, il movimento dei produttori e discografici indipendenti italiani ha invitato gli ascoltatori radiofonici a spegnere i grandi network che non danno spazio alla musica indie e ad accendere le radio locali e le web radio che danno spazio alla nuova musica. Cosa ne pensate? È il minimo?
Certo, è il minimo. Il massimo, invece, rimane qualcosa di impensabile. Grandi network che danno spazio ai nuovi linguaggi e ai nomi meno conosciuti ma più significativi del più vitale panorama indie. Ampie pubblicità alle tante manifestazioni live che proliferano nel nostro paese. Fare un po' di educazione musicale osando di più nella programmazione. E pensare che fino allo scorso decennio le stesse radio Rai riservavano un certo spazio a queste realtà in programmi di culto di prima o seconda serata che molti ricorderanno. Per cui la cosa triste non è che certe cose non accadranno mai in Italia, ma che non accadono più...
- Influenze
Blonde Redhead degli inizi e dEUS, June of ’44 e Fugazi, queste, tra le altre, le band che più vi hanno influenzato, a leggere certa stampa. Le sentite realmente vostre influenze oppure sono le solite masturbazioni mentali della critica? Quali altri artisti vi hanno influenzato? Non solo in campo musicale…
Alcuni di questi nomi hanno segnato sicuramente un periodo importante nella nostra vita di fruitori di musica! Non saprei dire poi quanto di queste band sia realmente presente nelle nostre composizioni. Probabilmente poco. Con Sean Meadows dei June of ’44 abbiamo condiviso e continuiamo a condividere il progetto Red House Blues Revue, per cui del suo stile e di un pezzo di attitudine di quella grande e unica band qualcosa è naturalmente entrato nel nostro approccio. I Fugazi rimarranno sempre un punto di riferimento per tutta una serie di cose, che vanno anche al di là del semplice stile. Io aggiungerei, spostandomi a ritroso, Beatles e Velvet Underground in testa: sono stati i punti di partenza verso la ricerca di uno stile ormai nostro.
- Internet
La Rete delle Reti è un buono strumento per farsi conoscere. Come utilizzarla al meglio? Come la utilizzate voi? I Four Day Hombre hanno cercato e trovato in Internet dei finanziatori per produrre il loro disco. Potrebbe essere una strada da seguire anche da giovani musicanti di casa nostra?
Internet è sicuramente, oggi, il mezzo obbligato per promuoversi e promuovere. Tutto quello che di buono o meno buono si faccia dovrà passare necessariamente dalla Rete, dalla musica al videoclip ecc. Realtà come Myspace, per quanto la loro tenuta alla lunga distanza sarà tutta da verificare, danno possibilità di farsi notare che fino a qualche anno fa erano impensabili, ma allo stesso tempo possono trasmettere un’impressione globale di caos e confusione in cui è difficile districarsi. Pensiamo che occorra sfruttare queste realtà senza affidarcisi totalmente.
Passerà la moda e un’altra prenderà il suo posto, mentre speriamo che i canali tradizionali del disco e dei live resistano e che da lì si abbia una percezione chiara e precisa di cosa vale la pena ascoltare e cosa no.
- La più grande truffa del rock'n'roll
Chi è per voi la più grande truffa del rock'n'roll?
Tutte quelle band le cui gesta nascono e muoiono nei confini della Rete, che poi li vai a vedere dal vivo e capisci che erano solo marketing...
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