Quanti, ai tempi di Hungry Like The Wolf, The Reflex e Wild Boys, avrebbero (o avevano) scommesso 100 lire sul fatto che i Duran Duran - autentiche icone, in tutto e per tutto, nel bene e nel male, di quel periodo - sarebbero riusciti a sopravvivere alla mezzanotte del 31 dicembre 1989 spingendosi addirittura fino al Nuovo Millennio senza cali di popolarità e, soprattutto, senza vivere soltanto di rendita in memoria dei "bei tempi andati" come la maggior parte dei loro coevi colleghi?
Pochi, evidentemente. Perché rispolverando le tonnellate di articoli, interviste e biografie più o meno ufficiali dedicati al quintetto britannico più famoso nel mondo dopo i Beatles negli Anni Ottanta, si intuisce chiaramente che tutto sembrasse orientato a creare l'ennesimo, collaudato fenomeno One Shot in piena regola. Di quelli che per un paio di stagioni sei in cima a tutte le classifiche e in copertina su tutti i giornali, e poi finisci - dimenticato da Dio - a fare delle serate alla Sagra del Cappone davanti a 13 spettatori alle quali gridi (più per convincere te stesso che non loro) «Una Meteora io?!? Ma per favore!!! Ai miei concerti in Venezuela vengono ancora 50 milioni di persone e presto uscirà il mio nuovo album!!!», dove il nuovo album, per inciso, è quasi sempre un Greatest Hits con i tuoi unici 3 successi in versione originale e remix per arrivare a far finta di riempire un cd. I nostrani reality show, per esempio, ce ne hanno riconsegnati diversi e tutti esattamente in questi termini.
I Duran Duran, al contrario, non solo hanno saputo dimostrare che non erano affatto bamboline da boyband - trascorrendo, già all'epoca, più tempo in sala d'incisione piuttosto che dall'estetista, dal fotografo o a provare balletti per aspiranti Veline - ma hanno capito soprattutto che campare di luce riflessa sui trascorsi di Hungry Like The Wolf, The Reflex e Wild Boys non avrebbe certo giovato all'eventuale prosecuzione della loro carriera.
Così, pur se 'macchiata' da crisi interne e personali, clamorosi abbandoni e altrettanto clamorosi ritorni, fiaschi completi e buchi d'ispirazione, la storia della band guidata da Simon Le Bon e Nick Rhodes non ha mai smesso di evolversi, neppure musicalmente. Pezzi come Ordinary World, Come Undone, Electric Barbarella e il più recente Sunrise, primo singolo estratto dall'ultimo album Astronaut (2004), hanno saputo rilanciare ogni volta l'immagine dei Duran Duran facendo puntualmente risalire la febbre da "Sposerò Simon Le Bon" a livelli da record.
Oggi, nuovamente orfani di Andy Taylor ma forti di una sempre più forte sinergia creativa tra Simon, Nick e John e Roger Taylor, gli ex wild boys tornano a graffiare con Red Carpet Massacre, il loro prossimo, attesissimo album in uscita il 12 novembre in Europa e il giorno seguente negli Stati Uniti.
Cosa dobbiamo/possiamo aspettarci, dunque, da Red Carpet Massacre, anche in virtù del titolo e dell'allusiva immagine scelta per la sua copertina?
Sicuramente un disco perfettamente attuale - vista la produzione dell'ormai onnipresente Timbaland e la collaborazione con Justin Timberlake - ma avvolto dalle atmosfere newromantic tipiche dei Duran degli anni d'oro, sempre che il singolo prescelto per il lancio, Falling Down con lo stesso Justin Timberlake, sia un antipasto sufficientemente evocativo di quello che sarà poi il menu completo dell'album.
I loro detrattori (oggi molti meno di ieri, per la verità ) continueranno a reputarli una band di plastica che cavalca l'onda di qualcosa che non le appartiene più, ma tutti gli altri - fans storiche, nostalgici technopop e semplici curiosi appassionati - non devono fare altro che puntare la sveglia e avviare il conto alla rovescia...
Per aggiornamenti, info e multimedia: Duranduran.com | Duran Duran Italia

