Arrivo al teatro Smeraldo più trafelata che mai, c’è lo sciopero dei mezzi pubblici, il traffico è letteralmente impazzito e mentre mi faccio strada tra il nervosismo collettivo in un lunedì nero (anche per il cielo) vengo catapultata in un altro pianeta: gioioso, colorato e subito sento che da queste parti soffia un vento leggero e scanzonato.
Il pubblico è scalpitante e molto, molto caloroso, quando il sipario di apre e s’illumina l’insegna luccicante del “Solo Show” Vinicio Capossela ci accompagna nel suo mondo di freak, popolato da un maiale a due teste, dal bambino ciclope, dal Gigante e soprattutto dal Mago, Cristopher Wonder, un prestigiatore rubato da chissà quale epoca, chissà da quale circo decaduto, che con i suoi improbabili e a volte goffi prodigi ci fa ridere e divertire: that’s real entertainment!
E poi le note, quelle dell’ultimo album, che sembrano uscire da un carillon e raccontano di mr Pall e mr Mall, due amici inseparabili, con il loro progetto di partire per le 100 città, canzoni di un’America di frontiera, nascosta.
Ma è con il secondo tempo che lo spettacolo diventa un’esplosione di suoni, strumenti, performance. Il ballo di San Vito in versione rock con Vinicio travestito da Minotauro, una gabbia luminosa dietro alla quale si esibisce nel pezzo che più l’ha ingabbiato (Che cos’è l’amor) ma di cui noi non ci stancheremo mai, e poi il ritmo vibrante del Maraja e delle Canzoni a Manovella… Eppure in quest’atmosfera che sembra fuori dal tempo ci scappa pure qualche dichiarazione politica, “E’ dal 1993 che siamo in gabbia in questo Paese”, boato, sappiamo a cosa si riferisce. E quindi ci tiene incollati, saltellando da una dimensione magica e perduta fino alla più (co)stretta (e “abbronzata”) attualità.
Il clima si fa sempre più rovente, tutti ballano, applaudono, si muovono e Vinicio continua a cambiare sembianze e cappello, il sipario cala ma il pubblico freme sempre più fino a che, di colpo, tutto cambia, la band lascia l’artista davvero solo (“ché per essere solo sono un po’ troppo male accompagnato”), e ci invita a musicare scoccando le dita (come il ticchettio della pioggia) uno dei suoi pezzi più intimi e malinconici, Pioggia di novembre, che si ambienta proprio qui, a Milano, che stasera allo Smeraldo è sicuramente una città piena di milanesi d’adozione, e la pioggia bagna nei cortili i gerani e le nere ringhiere e lingue straniere, i viados di Gioia la casba di Buenos Aires… piove anche dentro il teatro, questa canzone sembra una ninna nanna metropolitana, e noi ci facciamo cullare.
Più che uno Solo show questo è un One man show che ci porta dritti dritti all’inferno, dove Vinicio, ha dichiarato salutandoci, vuole andare con tutti noi!

