"I'm a man-eating machine".
"Sono una macchina mangiauomini". Non è mica male, come presentazione. Questo che si intitola Corporate Cannibal è stato il primo singolo scelto da Grace Jones per il suo nuovo disco Hurricane, che segna il suo ritorno sulle scene a 20 anni di distanza dall'ultimo Bulletproof Heart, che sembrava aver concluso in bruttezza una carriera vissuta a trecento all'ora a cavallo fra Settanta e Ottanta. Tutti ce la ricordiamo, Grace: prima era regina della disco ai tempi dello studio 54; e poi è diventata un' opera d'arte vivente, dall'aria androgina e futuristica.
Diciamo subito che il nuovo Hurricane non è ai livelli dei suoi capolavori (come Nightclubbing o Warm Leatherette), epperò sicuramente sarà accolto con gioia dai fan della Jones. Perché lei non dà segni di particolare pentimento, nonostante sia alle soglie dei Sessanta, e continua a fare quello che sa fare meglio. Grace, che è jamaicana di kingston, si fa aiutare come ai tempi d'oro dal mitico duo di produttori Sly e Robbie - vere e proprie istituzioni del reggae - che le regalano brani di dancehall elettronica su cui appoggiare i suoi testi che sono sempre un po' sul filo fra inquietante e ridicolo.
La novitĂ di Hurricane sta nel fatto che oltre ai pezzi diciamo d'attacco, ci sono anche momenti piĂą introspettivi e autobiografici, tipo canzoni in cui Grace ci parla di papĂ e mamma su basi lente da classico trip-hop (Mother's Tears).
Il sound di Grace Jones è assolutamente al passo con i tempi, e lei come al solito sprizza energia da tutti i pori. Peccato che il disco abbia un inizio fulminante e poi si perda un po' nella seconda parte, quasi che avesse lato A e lato B come ai tempi del vinile.

