I Portishead non sono granché creativi, quando devono decidere i titoli dei loro dischi. Il primo l'hanno chiamato Dummy, e fin lì, era un titolo come un altro. Poi – come dire – hanno perso un po' l'ispirazione, e il secondo l'hanno intitolato semplicemente Portishead. Il mese scorso è uscito il terzo album, dopo dieci anni di silenzio. Indovinate un po' come l'hanno chiamato?
L'hanno chiamato Third, terzo. Ok, che un disco non si giudica dal titolo, però effettivamente anche loro potrebbero metterci un po' più di fantasia!
Il ritorno dei Portishead farà comunque piacere ai fan della prima ora, quelli che a metà degli anni Novanta si beavano delle loro canzoni elettroniche lente e ipnotiche, composte da Geoff Barrow e cantate dalla voce angelica di Beth Gibbons. Insieme a Massive Attack e Tricky, sono stati in quel periodo gli esponenti più importanti del trip-hop (anche se loro non amano questa definizione, beninteso), movimento musicale che aveva la sua capitale nella cittadina inglese di Bristol. Per Third, i Portishead non hanno stravolto il sound che li ha resi famosi, ma l'hanno aggiornato un po', e sembrano diventati anche più cattivi.
Il primo singolo estratto, Machine gun, in effetti sicuramente non è adatto a un corso di yoga: batteria elettronica incalzante e kraut, suoni aspri e quasi industriali. Ma in realtà si tratta di un episodio abbastanza isolato: per il resto Third è composto da ballate elettroniche di stampo più classico, con qualche pezzo leggermente più danzereccio (The rip). E almeno due canzoni in cui è unica protagonista la voce splendida di Beth Gibbons, accompagnata da una chitarra arpeggiata e poco più.
In definitiva: Third non sarà il capolavoro dei Portishead, ma almeno dimostra che il gruppo è vivo, e pronto a reclamare il posto che gli spetta di diritto sulla scena dell'elettronica inglese.
Il sito della band: www.portishead.co.uk

