Sono strani suoni elettronici, quelli che aprono il nuovo disco dei Depeche Mode. Non sappiamo se siano gli stessi Suoni dell'Universo che gli danno titolo: l'unica cosa di cui siamo sicuri è che questo Sounds of the universe, dodicesima fatica di studio del gruppo inglese, poteva chiamarsi tranquillamente Sound of Depeche Mode, perché se di cosmico non c'è tantissimo, c'è invece molto del loro classico suono elettro pop fine anni Ottanta.
Dopo il successo dello scorso Playing the angel, i Depeche Mode ritrovano il produttore Ben Hilier, e sopratutto ritrovano una certa ispirazione dal punto di vista musicale. Questo è un disco che si ascolta tutto dall'inizio alla fine, un fatto che con i Depeche Mode non è per niente scontato. Certo, non aspettatevi grandi rivoluzioni: ci sono sempre le drum machine con i loro beat secchi, qualche bolla di basso super compresso, i synth belli caldi e la voce di Dave Gahan che dà il giusto tono drammatico all'insieme.
Non ha tutti i torti, chi dice che i Depeche Mode guardano più al passato che al futuro. è vero, alcune canzoni di Sounds of the Universe potrebbero stare tranquillamente dentro alcuni dei loro dischi dei primi anni Novanta, e noi non ci accorgeremmo neppure della differenza. Ma è davvero un male, visto che a quel periodo risalgono momenti di grazia artistica come Violator e Songs of faith and devotion?
Bum bum implacabile e melodie dolci, si capisce subito che la formula che ha decretato la fama planetaria dei Depeche Mode non è cambiata. Epperò Sounds of the universe è uno dei loro migliori album di sempre.

