Chi: Eels
Dove: Milano, Alcatraz
Quando: 15 settembre 2010
Organizzazione: Barley Arts
"Mamma non mi raderà , Gesù non può salvarmi." La barba è importante, ci dice da un pezzo Mark Everett, a.k.a. il signor Eels. E in effetti: lui ce l'ha lunga, e folta. Quando appare sul palco - è vestito di bianco, cosicché il materiale tricotico risalta di più - è da solo. Ma dopo pochi minuti, viene raggiunto da una band di barbuti occhiali scuri, quasi-cloni del leader.
Della barba abbiamo detto: così, ci siamo tolti il pensiero. Resta da dire, della musica. Già , perché si fa un gran parlare di Beard Rock, dai superfamosi (post Twilight, naturalmente) Band of Horses in giù. Ma i BoH, così come altri gruppi in giro di questi tempi, dietro la barba nascondono solo la loro pochezza. (Gli?) Eels, invece, ha(nno?) molto da dire. Anche se, durante il concerto, raramente Everett apre bocca per altro che non sia cantare: "Grazie", "Thank You", "Good night" e poco altro. Però non si rimane certo delusi. Il vuoto di parole è riempito dalla musica. Mark cambia chitarra ad ogni pezzo, ha quella per le ballate tristi - che mandano per terra un pubblico immobile, intento a crogiolarsi in una dolce depressione che, per fortuna, dura solo tre minuti - e ha quella per il rock duro, virile, aggressivo. Quello dove le parole contano poco, e il distorsore tanto.
Qualcuno dice che suona sempre le stesse due canzoni. E allora lui scaglia contro il pubblico versioni irriconoscibili - e splendidamente freak'n'funky - dei suoi classici, come My Beloved Monster. Poi, c'è spazio soprattutto per le ballate degli ultimi tre album, tutti usciti nel corso dell'ultimo anno o poco più.
"La fine è vicina", canta Everett nei primi minuti del concerto. Non certo per questo live, che prosegue serrato per due ore secche. E non certo per gli Eels. La gente, infatti, dopo due bis ne vorrebbe ancora. Invece, end time.

