Honeybird & the Birdies, Mixing Berris - Duckhead Green Music , 2010
Per me questo è il disco dell’anno, lo dico subito, così evito di girarci attorno con paroloni, metafore e anafore. L’allegro trio composto da due ragazze e un ragazzo, honeybird da Los Angeles, p-birdie, da Catania, ginobird da Anzio, mi ha conquistato con suoni, giochi, lingue, strumenti strani, strumenti riscoperti, geniali pazzie stranianti … Devendra Banhart che incontra Frank Zappa. Chiaro no?
Detto questo, capite anche voi che è impossibile snocciolare i titoli dei pezzi più rappresentativi. Qui è un viaggio a colori nelle musiche del mondo, una zingarata dove il pop-rock si fonde con il folk e la bossa, il funky salta fuori all’improvviso, ci sono momenti giocattolosi, tarantelle, cabaret… insomma, “Mixing Berries” è il titolo giusto per l’album, come sono azzeccatissime le foto e i disegni colorati di tutto il progetto grafico (notare il bagel, pane delizioso newyorchese fotografato sul cd stesso, in modo da cuocerlo ogni volta che si ascolta).
Menzione speciale al charango, strumento a dieci corde usato nella musica folkloristica delle ande, ottimo per accompagnare le dolci melodie di questi pazzi uccellini di miele. Mi hanno lasciato senza parole. Spero succeda a molti altri.
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Andrea Cola, Blu – Autoprodotto/ABuzzSupreme, 2010
Primo suo disco solista dopo alcuni anni passati con i Sunday Morning, primo suo disco cantato in italiano. Due verità a metà , nel senso che la pluralità di collaborazioni dietro al nome Andrea Cola è ricca, quindi definirlo solista non è completamente giusto (come qualsiasi disco, del resto); italiano nelle parole, ma non nel sound e nei riferimenti: pur riconoscendo una parentela con certi cantautori di casa nostra, da Battisti a Grazian, c’è molto rock a stelle e strisce, dai Doors ai Suicide (sic!).
Undici pezzi, uno più bello dell’altro, che crescono ad ogni ascolto. “L’isola” è un gioiellino dai tempi perfetti con hammond, tromba, atmosfera cinema, “Il cuore trema” è sperimentalismo geniale, con grida, ancora l’hammond (molto Doors) e una bella chitarra, “Anna, senti che tamburi” potrebbe essere di Dalla e De Gregori, insomma, da cantautore punto e basta.
In analisi finale “Blue” è un disco vario, ma intenso e incredibilmente compatto. Insieme a Cola la “banda” Aidoru e gli amici del giro. Da tenere sotto stretta osservazione, lui e gli altri …
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Baby Blue, We Don’t Know – Trovarobato/ABuzzSupreme, 2010
Dopo il piacevole esordio di un anno fa, i toscani Baby Blue tornano con un cd pieno di cose, ricco e sfaccettato, a tratti lisergico e sperimentale, mai scontato, mai fermo, mai domo. Insomma mi piace, ed è piaciuto anche alla Trovarobato, indi-label dal gran fiuto sempre alla ricerca del bello in musica.
Bello come questo intrecciarsi di voci, maschile e femminile, a volte da sole, ma molto spesso insieme, a crearne una nuova (androgina?). Un fondersi e confondersi come nell’intro “Don’t Ask Me Why”, garage-punk-rock d’attesa a tratti Velvet Underground, come nella ninnananna perfetta cullante al massimo “Hey Baby Hey” (menzione alla chitarrina ultraterrena), come nella poetica acidissima “Dawn” (sarebbe ottima per il momento topico di un film). Mi piace sentire la mia coda sbattere forte nel punk “Earthquake” con la voce di Serena Altavilla (una delle più preziose in circolazione) che ti entra dentro, la sezione ritmica a mille e la sensazione che il pezzo sia più lungo dei quasi tre minuti dichiararti, mi piace il finale labirintico con chitarre oscure di “Porto Palo”, diverso ad ogni ascolto, con mantra conclusivo e tamburi... mi piacciono tutte queste magie.
“We Don’t Know”… ma la nuova generazione non si adegua.
PER APPROFONDIRE LEGGI LA MIA Intervista ai Baby Blue

