Ogni libro di Laura Pugno è una sorpresa. Sembra parlare di cose distanti, di cose che non la toccano, sembra intenta semplicemente a raccontare una storia alla maniera di un regista americano che prende in mano la sceneggiatura scritta da altri. Invece parla sempre di noi, e, probabilmente, di lei.
Antartide, il nuovo romanzo uscito ancora per minimum fax, è una storia di un uomo, un ricercatore di forme di vita subantartiche, richiamato in Italia dalla morte del padre. Nello sbrigare le solite pratiche burocratiche scopre cose incredibili, un mondo sconosciuto, ma possibile: quello di uno strano posto in montagna, tra l’Italia e la Francia, dove persone anziane vanno a passare periodi della loro vita in eleganti chalet. Periodi della loro vita spesso interrotti accidentalmente. E qui nasce il giallo, sempre più appassionante, toccando temi di non poco conto come la malattia, la vecchiaia, la morte, l’eutanasia …alla fine, questa storia piena di personaggi, parla di noi, delle cose della nostra epoca senza fare banale cronaca, ma grande letteratura.
Laura sorride nel bel bianco e nero di Dino Ignani nell’interno della copertina. Dietro a lei una libreria in legno, uscita forse da uno chalet di montagna. Sembra sia stata sempre lì durante la bella lettura. In attesa delle nostre reazioni. La mia è stata quella di mandarle delle domande per e-mail, alle quali ha gentilmente risposto. Questo il nostro scambio di battute sul libro…
Come nasce un tuo scritto? Come decidi una storia da raccontare? Oppure è lei che decide di farsi raccontare da te?
Di solito tutto inizia con un’immagine o un’idea, che però deve prendere forma e trasformarsi in una trama completa, con personaggi e snodi. Fino a quando non ho una scaletta di cosa succede capitolo per capitolo, non mi metto a scrivere. L’ideazione è un processo lento, che può durare anche anni. Poi, quando inizia la fase di scrittura, ci sono sempre delle sorprese. La mappa non è il territorio...
Com’è nato “Antartide”? Sembra una storia vera, però ha degli elementi decisamente inventati. Si parte di una normale storia di un figlio che ritorna a casa dall’estero per sistemare le pratiche burocratiche in seguito alla morte del padre e ci si trova in un giallo sempre più fitto. Ci puoi svelare com’è stato concepito e si è sviluppato il lavoro?
L’idea iniziale di “Antartide” è stata: cosa succede a chi deve fare i conti con la morte di una persona cara – in questo caso, il padre del protagonista Matteo – e scopre, proprio nel momento in cui riceve la notizia, che quella persona aveva deciso di abbandonare tutto e tutti, di sparire dalla vita? Di lì ho cominciato a pensare. Poi, a un certo punto, d’estate, mi sono capitati sotto gli occhbi un paio di articoli su un piccolo paese dell’alta Italia dove diversi anziani avevano trovato la morte sparendo nel bosco. Si trattava di morti accidentali, ma le due idee si sono unite, creando il primo nucleo di “Antartide”.
Alla fine ci si trova a riflettere sulla morte, la malattia, la vecchiaia, l’eutanasia, il tema forte di “Antartide”. C’è stato dietro un lavoro di ricerca su questo tema? Sei stata ispirata da qualche fatto vero?
Certamente “Antartide” è un libro immerso nel suo tempo. Varie volte ho scritto che il romanzo di ricerca lavora sui tabù di un’epoca, quando questi stanno per smettere di essere percepiti come tali. Ecco, qui si tratta proprio di questo, credo.
“Antartide” è un titolo che richiama alla memoria un ben definito paesaggio geografico, dove si apre il libro, però poi in gran parte ambientato in Italia. Come l’hai scelto? Hai sempre pensato di intitolarlo così o è stata una scelta dibattuta? Titoli alternativi?
“Antartide” è sempre stato per me l’unico titolo, anche se mi è stato fatto notare dai miei primi lettori, persone a me vicine, che è un po’ fuorviante rispetto a cosa è il romanzo veramente. E allo stesso tempo, non lo è. Mentre mettevo insieme la storia, mi sembrava che mancasse qualcosa al personaggio di Matteo, ed è stato solo quando ho deciso la sua vicenda personale – la sua provenienza dal non-luogo per eccellenza, l’Antartide – che di colpo il romanzo ha preso corpo.
Ci sono delle scene molto particolari, dei veri momenti filmici. Anzi, direi che leggendolo, si vede un film. Se girassero una pellicola ispirata ad “Antartide”, quale regista vorresti per girarlo? Hai pensato a qualche volto noto quando lo scrivevi?
Non ho nomi in mente, ma sarei davvero molto felice se Antartide diventasse un film.
Una storia di sirene e yakuza in un futuro triste e pericoloso per un romanzo fantascientifico come l’esordio “Sirene”, una favola nera con protagonista una bambina con strani poteri in “Quando verrai”, un giallo psicologico ambientato in gran parte in chalet di montagna tra Francia e Italia per “Antartide? Dove ci porterai e cosa racconterai nel prossimo romanzo? Stai già pensando a qualcosa?
L’anno prossimo uscirà per Ponte alle Grazie un mio romanzo, “La caccia”, in qualche modo più vicino alle atmosfere di “Sirene” e “Quando verrai” di quanto non lo sia “Antartide”. Poi sto scrivendo, ma è ancora presto per dire qualcosa....
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