“Tutto è bene quel che finisce”, titolo emblematico, poetico e diretto, come poetici e diretti sono gli Esmen (anche emblematici, se volete: il loro nome significa “siamo” in greco, e questi cinque genovesi mostrano da subito un carattere ben definito, riconoscibile dalla voce all’uso delle tastiere).
Un mondo pieno di personaggi il loro, strani e non in riga, come il freak della copertina, uomo enorme con i piedi piccoli e senza occhi, sospeso su di un filo, perfetta metafora dell’intero album incentrato sull’equilibrio, sulla capacità di restare sospesi, di essere leggeri, come mi ha detto durante l’intervista sul mio blog Fabrizio, voce della band.
La canzone più legata a questo concetto, e forse anche la più bella, è “Lou”, con un testo intimista su di un personaggio a parte, parole e voce imparentate con il migliore Bianconi. E c’è del Baustelle anche in “Quanto tutto sembra”, con la chitarra ben in evidenza e la tromba in coda, e nel capolavoro “Quasi immobili”, perfetta canzone leggera ma pesantissima, suggestiva (dal vivo credo lo sarà di più, con quella tastiera, alla base anche di altri pezzi).
Per aspetti diversi mi ricordano i c|o|d, gruppo trentino di successo alcuni anni fa, come nell’apertura “Settembre e Campomoro”, con giochi di voce e una bella tirata di chitarra, nella soffusa ed ermetica “Non sento niente” da archi intimisti nickdrakiani, nella chiusura corale “Di mattina”.
Ma quando i paragoni sono troppi, vuol dire o che sono dei copioni, o che hanno una personalità ben definita. Per me è la seconda che ho detto.
Esmen, Tutto è bene quel che finisce – Green Fog Records, 2011
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