Pablito mon amour, scritto dall'esordiente Davide Golin, ha molteplici chiavi di lettura, tutte interessanti. Il calcio, la provincia, la DC, le BR, le Big Babol, la cronaca del tempo, le scommesse truccate. La storia è quella del protagonista, Davide, che vive la propria adolescenza parallelamente agli anni d'oro di Paolo Rossi, il calciatore che sigla il proprio successo col mondiale dell'82. Ma prima del mondiale, il Lanerossi Vicenza. Squadra di provincia, che nel 1978 annusa lo scudetto, arrivando secondo, con in vetta la Vecchia (e odiata) Signora. E' proprio in questi anni che il vicentino Dadi, io narrante speculare di Davide Golin, entra in contatto con il mitico calciatore di Prato.
Una chiave di lettura quanto più attuale - oggi, 7 giugno 2011 siamo all'ennesimo scandalo di calcioscommesse - è quella che vede raccontata e spiegata la vicenda che coinvolse Paolo Rossi nello scandalo "partite truccate", quando giocava al Perugia. Coinvolgimento che gli costò, indipendentemente dalla colpevolezza, 2 anni di squalifica. E' interessante il punto di vista di Golin, il quale racconta la vicenda di Paolo Rossi con uno sguardo da proustiana "intermittenza del cuore", giustificando il giocatore, in quanto ragazzo che non voleva scontentare nessuno. Ma non potrebbe essere altrimenti: di romanzo si tratta, non di un riassuntino delle cronache, per cui conta tanto l'aspetto mitico del calciatore agli occhi del piccolo Dadi, è il valore aggiunto della fiction rispetto alla cronaca dei fatti. Che poi la cronaca calcistica, come quella politica, è ben difficile da epurare dal punto di vista.
Da un punto di vista narrativo, sono due gli aspetti che rendono quella di Pablito mon amour una storia valida: il primo, l’occhio con cui l’Italia ci viene raccontata. E’ un occhio che cresce dalle medie all’età adulta di Davide. E con lui, anche la modalità di raccontare.
Il secondo, la scrittura. Chapeau ai titoletti ("Taxi driver do Brasil"; "E lo chiamarono Pablito"; "Dio Pantofola d'oro"; "Argentina '78: e la chiamano estate"; "Le mille bolle big babol"; "palazzo del Bo, Idroscalo di Ostia"). La scrittura è fresca, incalzante e un po' inglese, ma non solo perché ci ricorda Nick Hornby di Febbre a 90'. E' una scrittura in tutto e per tutto italiana, mimesi di un certo linguaggio da bar. Mi è stato impossibile, dico impossibile, non pensare a quel genere di eloquio - che rende benissimo con l'accento vicentino - da brillante oratore da bar sport. Che discute le partite, la cronaca e i fatti con un po' di ironia, un po' di perplessità e un po' di teatro.Nella scrittura di Golin di perplessità ce n'è poca. C'è molta velocità , capacità di commistione tra l'emozione e fatti, tra finzione e cronaca. Motivo per cui è un romanzo che si legge veloce. Una volta entrati si divora. E c'è abbastanza distanza per dire: anche questa è storia.
Un libro interessante per chi ha vissuto quegli anni, ma ancora piĂą interessante per chi, come me, di quegli anni ha solo sentito parlare.Edito Velvet, Noreply, 12 euro.

