Soltanto nel Tennis ne sono arrivate 6 tra le prime 10 del mondo (di cui 3 al numero 1): Billie Jean King, Martina Navratilova, Amelie Mauresmo, Conchita Martinez, Hana Mandlikova e Jana Novotna. E per nessuno rappresenta un imbarazzo, uno scandalo o, tantomeno, un'infamia: l'omosessualità femminile dichiarata (dove «dichiarata» non significa «ostentata»), nel mondo dello Sport, sembra ormai essere stata metabolizzata più e meglio di quella maschile, che invece rappresenta ancora - a tutti gli effetti - un tabù inviolabile. I campioni "out of the closet" si contano sulle dita di una mano (uno su tutti, il tuffatore americano olimpionico Greg Louganis) e in alcuni sport, come il calcio, si commette peccato anche solo a pensare che possano esistere.
Gli stessi giornalisti, quando si tratta di atlete lesbiche, affrontano tranquillamente l'argomento e si lanciano in prosopopee vivaci e smaliziate; quando si tratta di atleti gay sembrano vergognarsi anche soltanto di pronunciarne i nomi.
Ora: lasciando da parte ogni superflua e collaudata digressione in merito ai soliti discorsi di "immagine", di "siamo nel Duemila" e di "ciascuno sotto le lenzuola può fare ciò che vuole", è invece interessante spostare il baricentro della questione su un altro aspetto. Ovverosia: perché, nello Sport, l'omosessualità femminile è comunemente tollerata e non costituisce più una 'eccentricità ' per nessuno, mentre quella maschile no?
In effetti, sembra quasi che la campionessa omosessuale dichiarata assuma, agli occhi del "tifoso (e non solo) medio", un plusvalore in termini di forza, di energia, di grinta e di determinazione, che naturalmente possedeva anche prima dell'outing ma che, a quel punto, diventa ancor più coraggiosamente manifesto.
Al contrario, lo sportivo omosessuale dichiarato, agli occhi del "tifoso (e non solo) medio", proprio quelle stesse componenti di forza, di energia, di grinta e di determinazione le perde irreversibilmente. Per sempre.
La sportiva gay diventa una virago, una valkiria, un barracuda. E simboleggia potenza, muscoli, tenacia.
Lo sportivo gay diventa una donnetta, una velina, una bambolina. E simboleggia boa di struzzo, parrucche e tacchi a spillo.
Ma se, in effetti, in settori come la Musica, il Cinema e lo Show Biz il dichiararsi provoca effettivamente una diversa percezione del pubblico verso il personaggio di turno - che spesso esiste in quanto "icona", "feticcio" e, brutalmente, "macchina da soldi" -, nello Sport (maschile) un rischio del genere non dovrebbe sussistere, essendo popolarità e prestazioni misurate in termini di risultati e talento e non di gossip o aure da sciupafemmine. Come se un velocista in the closet corresse i 100 metri in 9 secondi e 90 e out of the closet cominciasse improvvisamente a correrli in mezz'ora (e magari ancheggiando), scavandosi il vuoto intorno anche tra i suoi sostenitori.
Non è un caso, infatti, che alcuni anni fa Gianluca Vialli sia riuscito addirittura a vincere una causa legale con un giornalista che aveva insinuato dei dubbi sulla sua mascolinità , facendo mettere agli atti che essere accusati di omosessualità , per un uomo-in-quanto-calciatore, costituisca un reato.
Di sicuro, aspetti folkloristici a parte, le donne hanno avuto l'enorme merito di iniziare a uscire dall'ombra prima degli uomini, facendosi portavoce della propria identità in modo del tutto naturale - senza cerimoniali ma anche senza ipocrisie - e attivando un processo di progressiva 'educazione alla tolleranza' che oggi sta dando risultati confortanti. E in effetti, sì: almeno da questo punto di vista, gli uomini si stanno ancora dimostrando delle bamboline...
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